I LAND

Le fabbriche del Sud, utopie e realtà nel Regno di Napoli

03-03-2014 andrea damiati
racconti d'architettura

Opifici, ferriere, mulini e cartiere, filande, cantieri navali, fonderie, arsenali….e molto altro.

Concetti oggi superati, anacronistici, non più di uso frequenti, convogliati in una definizione da seminario, da conferenza accademica: l’archeologia industriale. Un concept giusto, esatto, metodico. Ha una sua logica, rafforza ed esalta tipologie architettoniche ormai in disuso, date l’evoluzione tecnologica, socio-politico e le crisi cicliche che investono l’economia di tutti i tempi. Si parla quindi di monumenti industriali, per cui meritevoli di attenzione, portatori sani di interesse e diffusori di una cultura storica da tutelare, “proseguire e perseguire”.

Sul territorio italiano la loro presenza incombe, non si cela, quasi si impone, catturando l’attenzione di passanti distratti, ma nel contempo attenti e diffidenti verso la realtà circostante. Poi l’episodio, il fenomeno, il concetto innovativo, la rivoluzione industriale, una definizione storiografica di cesura di una determinata fase storica, caratterizzata dal trionfo dell’attività manifatturiera e dell’artigianato, per dare spazio alla “infinita” produttività industriale.

L’iniziativa ebbe i natali in Gran Bretagna, per poi propagarsi, nel corso degli anni, nel resto d’’Europa, lasciando alcuni paesi, fra cui l’Italia, ad assolvere alla mera funzione accessoria di export materie prime ed import manufatti. Il tempo e la storia (nel periodo napoleonico), poi, procureranno all’Italia ed, in particolare al Mezzogiorno, la giusta occasione di riscatto, con l’installazione, seppure in forma embrionale, di grandi industrie. Unico neo di tale situazione, dopo l’Unità, è che, vuoi per mancanza di un adeguato mercato interno, vuoi perché ostacolate da scelte liberiste, tali complessi industriali si rivolgeranno in esclusiva ad un committente unico, lo Stato.

Il Regno di Napoli, gestito dalla sovranità borbonica, merita un’attenzione in più, perché diventa in quegli anni teatro di radicali scelte riformiste in ambiti socio-politico economico,al fine di interrompere l’egemonia delle classi privilegiate. Le riforme mirarono ad un ripristino sostanzioso e sostanziale delle attività manifatturiere e produttive, prediligendo settori come l’industria di base ed, in particolare, gli armamenti: una serie di manifatturiere di oggetti artistici e di lusso, sorsero e si propagarono di riflesso ai modelli francesi delle grandi Manifactures Royales, come il Laboratorio di pietre dure e la Manifattura degli arazzi, nell’anno 1737, ubicati nell’edificio annesso alla chiesa di S. Carlo alle Mortelle; qualche anno dopo, le Manifatture di porcellane, nel parco di Capodimonte, con firma di Ferdinando Sanfelice; 1789, la Manifattura tessile di San Leucio, ripristino di un’antica tradizione dell’arte della seta.

Questa fase della storia delle fabbriche del sud la si può intitolare “utopia”. Non a caso, accusato da critici e storici, lo spirito d’iniziativa di rinascita manifatturiera, per il suo carattere fortemente utopistico, fu momentaneamente bypassato dalla necessità impellente di un riassetto e potenziamento dell’esercito, per cui lo Stato si impegnò investendo grossi capitali in tal senso.

Si provvide, pertanto, a potenziare la piccola Fonderia della Darsena, poi sorsero o si ripristinarono, in rapida successione, la fonderia di Poggioreale, la Salnitriera e la Polveriera vecchia, la Real Nuova Fonderia e Arsenale d’artiglieria (che rappresentavano il nucleo vitale delle manifatture militari- per l’esercito- nella capitale, site nel Castelnuovo), l’Arsenale marittimo (nucleo delle manifatture militari- per la marina).

La fonderia e l’arsenale di Castelnuovo meritano un occhio di riguardo descrittivo in più per la loro “ciclopicità” strutturale: innanzitutto erano site in Castelnuovo, quindi già detentrici di prestigio ed ampie spazialità, poi, tecnicamente parlando, la fonderia possedeva fornelli alla Wilkinson per l’affinazione del bronzo, con una sala per trapani (bareni) destinati a forare le anime dei cannoni e per modellatori, il tutto su una superficie di oltre 10.000 mq.

L’annesso arsenale di marina, invece, costituiva un complesso organico di edifici, il cui principale, l’arsenale vero e proprio, era ripartito in undici corsie parallele, definite da pilastri e coperte con tetto ligneo, destinate alla costruzione ed alla riparazione delle navi della flotta militare. Successivamente, nel 1668 furono aggiunti una darsena ed uno scalo d’alaggio. il cantiere comprendeva anche la sede del comando di marina (palazzo Testa), l’intendenza di marina, la direzione generale dei telegrafi, una ferriera, vari e ampi magazzini per deposito, un “bagno” penale per i condannati utilizzati come forza lavoro ed una piccola chiesa titolata a S. Vincenzo. Storicamente documentata la costruzione, nel 1852, da parte di Ferdinando II di un bacino di carenaggio in muratura, andando a completare un’opera già di per sé mastodontica e contribuendo a rendere l’intero complesso uno dei maggiori cantieri navali, insieme a quello di Castellammare di Stabia.

Abbandonando tecnicismi e chiudendo la “narrazione”, è possibile ribadire come l’area della città di Napoli, pertanto, individuata dal triangolo fra l’arsenale marittimo, il palazzo Reale e Castelnuovo, costituisse una delle zone più produttive del Mezzogiorno italiano ed è un vero peccato che oggi, di tutti quegli esempi di architettura dal valore storico-artistico non via sia quasi più traccia.

Il problema però della tutela è così risolto, se si riflette: non avere più testimonianza concreta di un’architettura storica, dal comprovato valore, significa, da un lato, vivere di rimpianti e dall’altro essere liberi da vicissitudini correlate a problemi di tutela. Il bene non esiste più, risolto il problema. Non è possibile dare adito a discussioni in merito alla conservazione, al restauro, accese diatribe che si protraggono negli anni, sottoposte alla supervisione dei più. Lo so è triste riflessione. C’è stato, ha vissuto, in passato, quell’esempio di archeologia industriale a Napoli: questo in parte già colma il vuoto, nella speranza che il concetto di tutela, conservazione, restauro possa, in tempi utili, applicarsi a ciò che ancora resta visibile ai nostri occhi.

 

fonte: "Le fabbriche del Sud" , architettura e archeologia del lavoro, di Gregorio E. Rubino

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