I LAND

Montella (Av): una piazza-macchina solare e un'architettura bioclimatica condiVisa

07-03-2014 arch. donatella mazzoleni, rivista Ananke
racconti d'architettura

Ho cominciato a studiare il progetto per la nuova sede del Comune di Montella nel 1989, ventidue anni fa, in occasione di un concorso di idee bandito dal Comune e dalla Comunità Montana Terminio Cervialto per le nuove sedi delle due istituzioni, distrutte dal terremoto del 1980. Conoscevo abbastanza bene l’Irpinia pre-terremoto, coni suoi borghi-“presepe” aggrappati alle montagne, che di notte, a chi percorreva le vecchie strade di crinale o di valle, apparivano come delle galassie di stelle sospese nel buio circostante delle colline e delle campagne. Conoscevo anche abbastanza bene l’Irpinia post-terremoto,  che avevo percorso in lungo e in largo nei giorni e nei mesi immediatamente successivi al disastro, con i miei studenti (molti di loro provenienti da lì), e le distruzioni tragiche operate del sisma: la cancellazione totale di Conza, divenuta solo un cimitero; la trasformazione di Calabritto in un “teschio” per la scomparsa dello strato delle case, e l’affiorare sulla sommità della collina delle orbite vuote delle antiche cantine; la devastazione che aveva reso irriconoscibili Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni...E cominciavo a conoscere anche le molte ulteriori devastazioni operate da una “ricostruzione” che procedeva in modo massiccio, con forti condizionamenti politici,su progetti spesso precipitosi, o redatti senza studio né rispetto delle identità architettoniche, urbane, paesistiche, ambientali. Non conoscevo Montella, e ho cominciato a studiarla partendo dall’analisi della storia e delle storie locali della città, della sua forma materiale, degli indizi residui del mito sotteso alla sua fondazione, ed anche del processo allora in atto della sua ricostruzione, che mostrava molti segni di sofferenza ed un forte rischio di cancellazione di identità, per mancanza dei necessari approfondimenti conoscitivi, l’introduzione acritica e dissennata della sbrigativa tecnologica del cemento armato e il totale abbandono dei materiali e delle tecniche propri di una tradizione secolare e di una nuova attenzione all’ambiente. Questo studio mi ha regalato alcune immagini-guida, che hanno costituito nel corso della lunga vicenda di tutti questi anni, il filo conduttore per lo sviluppo dell’idea,della progettazione ed infine della costruzione di questo complesso urbano. La mia intenzione è stata fin dall’inizio quella di creare un nucleo di rifondazione urbana, che contrastasse il processo di perdita identitaria in corso Con la ricostruzione, ed anche un’architettura totalmente bio-ecocompatibile, che contribuisse alla guarigione delle già gravi ferite inferte alla città ed all’ambiente. Ho cercato di disegnare dunque non solo un edificio (come era richiesto dal bando di concorso), ma, dando all’edificio una forma anulare, un edificio-piazza. Ho cercato di far sì che questa piazza per la sua forma complessiva “somigliasse” al paesaggio circostante, ovvero che gli edifici che la definiscono somigliassero a “montagne” e “castelli” (così come si vede intorno alla valle che contiene la città). Che in questa piazza, così come nel paesaggio intorno, anche il tempo fosse scandito e misurato: con la variazione dei colori dal cielo rispetto al cammino del sole, ed anche con la variazione dei colori dei boschi di castagno per l’alternarsi delle stagioni. Ho ordinato e dimensionato l’edificio-piazza con le misure stesse del luogo: in cielo, le misure del cammino del sole (orientamento, latitudine e longitudine, proiezioni delle ombre ai solstizi ed equinozi); sulla terra, le misure del tessuto urbano circostante (proporzioni Degli edifici e delle strade, proporzioni dei vuoti e dei pieni); nell’edificio, le misure dei corpi umani delle persone che saranno utenti di questi spazi (unità di misura antropomorfe – cioè mani, braccia, passi – e non metrico-decimali). Infine, ho colorato gli edifici e la piazza seguendo una “bussola cromatica” composta con i colori del cielo e della terra del luogo. Ho considerato materiali del progetto: le pietre, le terre, i metalli, le acque, l’aria, gli odori, i suoni.

Le scelte tipologiche e tecniche adottate sono state le conseguenze di questo lavoro di ricerca preliminare.

La struttura dell’edificio è in muratura di tufo, i solai ed i tetti sono in legno, le cornici in pietra locale (breccia irpina). L’uso del cemento armato è stato limitato alle fondazioni ed ai cordoli di irrigidimento. L’edificio è così permeabile al campo magnetico terrestre ed è totalmente traspirante. Tutti i materiali usati per le strutture e le rifiniture sono rigorosamente bioecocompatibili, cioè sottoposti a controllo sull’intero ciclo vita-morte-vita: produzione lavorazione trasporto-messa in opera-uso-manutenzione-futura demolizione-futuro riciclo. Il dimensionamento delle aperture varia in funzione dell’orientamento al sole e all’esposizione ai venti. L’edificio si riscalda d’inverno e si raffresca d’estate spontaneamente grazie al dimensionamento dei muri, degli infissi ed al sistema di ventilazione naturale interna orizzontale e verticale. Tutto il complesso della piazza e degli edifici funziona da bacino di raccolta dell’acqua piovana, che viene totalmente riutilizzata per la riserva antincendio e gli usi non potabili. Il risultato che spero di raggiungere al compimento della costruzione è quello di realizzare una piazza macchina solare, che funzioni da orologio-calendario della città, e teatro all’aperto; un complesso bioclimatico che si alimenti della luce, della pioggia e del vento; un osservatorio sul paesaggio, che rafforzi l’identità ambientale. In architettura, tuttavia, il raggiungimento di un buon risultato finale necessita di un processo collettivo,attuato con il contributo non solo del progettista ma di altri diversi soggetti (committenti, finanziatori, costruttori, utenti). E soprattutto, alla fine di questo processo – lungo, complesso, e spesso contenente tensioni in fisiologico contrasto ma anche fortemente contraddittorie deve realizzarsi con il contributo di tutti la cosa più importante:una donazione collettiva di senso,cioè il riconoscimento collettivo di un nuovo significato dell’abitare in un certo luogo e la percezione di una nuova forma di bellezza. Progettando e curando la costruzione di un’opera, l’architetto fa del suo meglio per avviare il processo di nascita di una “cosa” cui, comunque, saranno altri a dare nome.

Tratto dalla rivista Ananke, "Cultura del Progetto: nuove architetture in cantiere".

 

 

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