I LAND

VILLA D’ELBOEUF: CRONACA DI UNA RICHIESTA D’AIUTO TERMINATA IN VENDETTA

23-06-2014 Augusto De Cesare

Chissà che faccia farebbe il povero Ferdinando Sanfelice (ebbene sì, proprio lui, il celebre architetto delle altrettanto famose scale aperte napoletane) se qualcuno gli facesse vedere in quali condizioni verte oggi la ‘sua’ Villa D’Elboeuf. Probabilmente avrebbe la mia stessa reazione di qualche giorno fa, quando mi sono imbattuto, mio malgrado, in un video amatoriale sul sito web de ‘Il Mattino’ risalente a circa un anno fa, in cui si vede un gruppo di sciacalli del ferro, in pieno giorno, estirpare indisturbati dai balconi della Villa i già pochi residui di balaustra: anche a lui piangerebbe il cuore. Ed anche lui, magari dopo essersi ripreso da un sicuro svenimento, si farebbe qualche domanda sul come possa spiegarsi un tale triste destino.

Eppure il curriculum degli inizi è di quelli da pezzo grosso: l’aristocratico francese Emanuele Maurizio principe di Lorena, duca d’Elboeuf, se l’era fatta costruire, su disegno del Sanfelice appunto (1711), quale propria residenza durante i suoi anni da luogotenente a Napoli per conto dell’imperatore Giuseppe I d’Asburgo, conquistato dalla bellezza del territorio porticese caratterizzato da “un mare tranquillissimo, un monte sorprendente (il Vesuvio, ndr), e poi bosco, giardini e quiete”. La sua bellezza intrinseca, unita all’invidiabile contesto e ad una eccezionale posizione, aveva convinto addirittura il re Carlo, capostipite dei Borbone, in seguito ad un imprevisto e fortuito soggiorno nella Villa nel 1738, ad ordinare la costruzione della Reggia di Portici quale residenza estiva di corte, un po’ più a monte. Dopo qualche tempo la stessa Villa fu acquistata dal sovrano ed assorbita nella residenza reale, della quale costituì di fatto anche l'approdo dal mare (1742).  Nel 1744 fu realizzato anche il porto del Granatello, quasi in adiacenza alla Villa, molo costruito per proteggere l’insenatura ancora priva di idonee scogliere e per accogliere Ferdinando IV, figlio di re Carlo, che arrivava via mare per poi proseguire in carrozza.

Queste circostanze finirono per scatenare la corsa all’edificazione da parte della nobiltà napoletana che intendeva seguire e restare costantemente nell’orbita del re anche quando lasciava Napoli, la capitale, per trascorrere i mesi più caldi in un luogo decisamente più ameno.

Insomma, Villa d’Elboeuf si può vantare non solo di essere praticamente la prima ‘Villa Vesuviana’, ma anche di essere stata l’artefice dello sviluppo edilizio ed urbanistico dell’intero territorio, dando il via all’edificazione della Reggia borbonica, del porto del Granatello e di tutti quegli altri pregevoli manufatti che costituiscono il cosiddetto ‘Miglio d’Oro’ (dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1971, ndr), una vera e propria vetrina dell’eccellenza architettonica napoletana del ‘700.

E non solo: il duca d’Elboeuf era stato artefice di un altro decisivo trend. Durante la sua breve permanenza a Portici era venuto a conoscenza di curiosi ritrovamenti (alcuni ornamenti in marmo) effettuati da un contadino in un podere adiacente alla Villa. Appresa la notizia, appassionato di antichità e alla ricerca di materiali pregiati con cui eventualmente decorare la sua nuova abitazione, il duca intuì che si trattava di un ritrovamento archeologico significativo, potenzialmente connesso all’antichità classica, forse di quella Ercolano distrutta dal Vesuvio (79 d.C.). Acquistò quindi il podere dal contadino e continuò gli scavi per conto proprio dando inizio ad un’opera di recupero sistematico della città antica, poi proseguita da re Carlo. Per tale motivo il duca d’Elboeuf è ricordato come iniziatore degli scavi archeologici di Ercolano, e una parte della stessa Villa fu adibita a luogo di custodia dei reperti.

Evidentemente, solo più tardi qualcosa deve essere andato storto, ma di questo parleremo tra poco. Ora parliamo di architettura.

Un’eccezionale posizione, dicevamo. In effetti serviranno un paio di secoli per codificare il concetto di “waterfront”, eppure è innegabile che il gusto, la progettualità e il senso della ‘visione’ scenografica tipica della cultura tardo barocca napoletana, ed in particolare dell’opera tutta del Sanfelice, hanno fatto sì che questo intervento non costituisse una semplice emergenza architettonica, bensì una componente che contribuisse armoniosamente all’immagine della città di Portici vista dal mare, così come accade nelle migliori composizioni pittoriche e fotografiche. Villa d’Elboeuf, col suo fronte principale prospiciente il mare, si inserisce in maniera equilibrata in una cornice che vede il Vesuvio a monte, lì sulla destra a fare da sfondo, ed il suo verde pendio degradare dolcemente verso il mare, fino a quella insenatura che di lì a poco sarebbe diventata il porto del Granatello.

L'ARCHITETTURA

Di pianta rettangolare, si sviluppava inizialmente su soli due piani, con i lati lunghi rivolti verso il mare da un lato e verso il Vesuvio dall’altro (con tanto di loggetta), e con due terrazze panoramiche sui lati corti, una verso Torre del Greco (a sud) ed una verso Napoli (a nord). La sua conformazione originaria, però, subì nel giro di pochi anni consistenti modifiche, con la realizzazione di un ulteriore livello e l’allungamento dell’ala settentrionale, dando luogo ad una tipologia tipica tra le ville vesuviane, individuata da un corpo centrale rialzato rispetto a due ali laterali terrazzate. Il tardo barocco dell’impianto (riconoscibile anche nella doppia scala ellittica con balaustra in marmo e piperno che dal piano nobile del fronte principale permetteva l’accesso diretto alla spiaggia) coesisteva col nascente gusto neoclassico, riconoscibile nelle finiture e negli ornamenti, e ampiamente giustificato dalla già citata inclinazione all’antichità del principe di Lorena. Egli approfittò abbondantemente delle opere ritrovate: magnifiche statue di bronzo, pavimenti e colonne in marmo furono utilizzate per abbellire la Villa ed anche il suo ampio giardino.

Per non parlare degli incantevoli vivai denominati le “Regie Peschiere del Granatello” voluti da Carlo di Borbone in seno all’assorbimento dell’edificio nel complesso del Palazzo Reale, e dell’interessantissimo “Bagno della Regina”, probabilmente unico esemplare di architettura balneare stile impero, ereditato dal “Decennio francese” (1806-1815), sotto il regno di Gioacchino Murat.

IL RAPIDO DECLINO

Ma veniamo a noi: è a ridosso della metà dell‘800 che ha avuto inizio il lungo processo di declino di quello che, descritto fino ad ora, sembra essere stato la trasposizione del Paradiso in Terra.

A scanso di equivoci, tengo a precisare che ho ritenuto doveroso questo breve (?) excursus storico, rischiando di apparire passatista, nostalgico e campanilista o, peggio, spinto da particolari velleità saggistiche legate alla storia dell’architettura. L’unico intento è stato, invece, quello di rendere al lettore la proporzione e l’entità dell’importanza di una questione che da anni si pone con urgenza sul piano politico, urbanistico, territoriale e storico-artistico, senza che si sia mai giunti ad opportune conclusioni, e fino a sfociare, anzi, nei tristi avvenimenti degli ultimi mesi.

Molti, in verità i più, attribuiscono alla realizzazione della prima linea ferroviaria italiana (la tratta Napoli-Portici, 1839) la responsabilità del principio del declino. Questa infrastruttura fu costruita parallelamente all’andamento della costa, in prossimità del litorale stesso, privando, di fatto, il territorio cittadino di Portici di un rapporto diretto con la propria fascia costiera (lunga oltre due chilometri, tra il Granatello e Pietrarsa). Villa d’Elboeuf avrebbe pagato, quindi, a caro prezzo l’audacia di essere stata edificata così prospiciente al mare, ritrovandosi a lavori ultimati “al di là” della linea ferroviaria, non più in continuità del sistema Vesuvio/Parco Superiore/Palazzo Reale/Parco Inferiore/mare.

Bene, tutto vero, ma questa teoria a me non ha mai convinto appieno: non mi sembra abbastanza per giustificare una parabola così discendente. E’ vero che la Villa si è ritrovata “isolata”, e che i lavori per la ferrovia l’hanno privata del suo giardino, ma stiamo parlando di un’emergenza architettonica in grado di identificare l’immagine di una città e che, in quanto tale, avrebbe potuto continuare a brillare, per così dire, di luce propria. Inoltre, i successivi sovrani di Borbone, nei seguenti vent’anni, quelli che hanno preceduto l’Unità d’Italia, hanno sempre ‘onorato’ la dimora settecentesca usufruendone alla stregua dei loro predecessori. Infine trovo semplicistico ritenere che la ferrovia sia in grado, per la sua sola presenza, di rappresentare una cesura insormontabile. Non lo è mai stata. Quando i cittadini di Portici hanno scelto di ‘riappropriarsi’ della costa negata lo hanno fatto e basta: attraverso sottopassaggi, sopraelevazioni, gallerie, scavalcamenti ed altri espedienti in grado di bypassare la linea ferroviaria, hanno vissuto sempre il litorale, sia quando era balneabile fino agli anni ’60 (mia madre frequentava i vari Bagno Aurora, Lido Rex e Lido Dorato, sempre molto affollati), che negli ultimi decenni (principalmente solo per l’attività sportiva o per il passeggio). Quindi, non si è trattato di un declino inesorabilmente legato alla presenza della ferrovia, ma piuttosto di un processo che si sarebbe potuto evitare con la sola forza di volontà.

Probabilmente è un po’ più avanti nel tempo che bisogna ricercare le cause di abbandono e decadenza ed individuare proprio chi “non ha voluto”.

Con l’Unità d’Italia tutti gli immobili e i territori appartenenti ai Borbone passarono ai Savoia, compresa villa d’Elboeuf, ma la vera stagione del declino ha inizio pochi anni dopo, nel 1865, quando questa passò nelle mani della famiglia Bruno che la divise in appartamenti e la affittò ‘a pezzi’ inaugurando la fase della speculazione edilizia; gli inquilini stessi hanno in parte contribuito al degrado generale: segni della loro presenza sono ancora evidenti, come gli elettrodomestici abbandonati e la carta da parati con cui sono stati ricoperti gli affreschi del XVIII secolo.

Il resto è l’epilogo di una comune storia italiana dei nostri giorni, fatta di scartoffie, provvedimenti mai arrivati, passaggi di proprietà, fallimenti e scaricabarili: mentre Villa d'Elboeuf imboccava irrimediabilmente il tunnel della fatiscenza aspettando invano che qualcuno ne curasse concretamente la manutenzione e ne prendesse a cuore la conservazione, nel 1951 venne donata dall’erede della famiglia Bruno al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, che nel 1978 la vendette a sua volta. La proprietà è in seguito restata per lungo tempo frazionata tra diverse entità, la più importante delle quali era una società immobiliare che fu dichiarata insolvente e, di conseguenza, la Villa fu messa in vendita per rimborsare i creditori.

I VARI PROGETTI

Nel frattempo era successo un po’ di tutto. Un progetto di restauro della Villa, secondo il quale sarebbe dovuta diventare un centro polifunzionale, costituito da un albergo, un ristorante, un centro velico ed un centro multimediale, con ipotesi di ricadute anche in termini occupazionali, è datato 1993. Il progetto, manco a dirlo, non è mai decollato, visto che l’Accordo di Programma tra Regione, Provincia e Comune, necessario per dare il via libera ai lavori, fu siglato solo nel 2001, e il Consiglio Comunale, che finalmente avrebbe potuto deliberare a riguardo, fu sciolto poco dopo per presunte infiltrazioni camorristiche. Degli imprenditori interessati ad investire nell'impresa, non se ne seppe più nulla. Così come nulla più si seppe di quelli che poco dopo si erano fatti avanti proponendo una riconversione della struttura in un condominio formato da appartamenti di lusso, spaventati dall’ennesima serie di incendi (forse) intimidatori. E poi c’è stata la nascita dell’Ente Ville Vesuviane, prima Consorzio tra Enti Pubblici, oggi Fondazione, il cui contributo in merito al recupero di Villa d’Elboeuf è tuttora atteso.

La vendita obbligata, dicevamo. Dopo tre aste andate deserte, dal 2009, su una base di quasi 8 milioni, è stata acquistata solo l’anno scorso (aprile 2013) per 4 milioni di euro, poiché lo stato di abbandono in cui l'immobile versa e i ripetuti atti vandalici al suo interno, ne hanno causato un deprezzamento di oltre il quaranta per cento. L’acquirente ha le fattezze di una cordata di imprenditori napoletani denominata Inv Est srl, che ha garantito “un restauro totale dell'edificio, esteso per quattromila metri quadri su due piani (un totale di quaranta vani catastali) […]. I lavori saranno coordinati dalla Soprintendenza di Napoli, che ne vincola il valore artistico e architettonico” come recita un articolo apparso su ‘La Repubblica’ il 26 aprile 2013. Il Comune ci aveva provato, qualche mese dopo, a far valere il proprio diritto di prelazione per acquisire il Bene e destinarlo ad uso pubblico/sociale, ma vedendosi miseramente rifiutare la richiesta di un mutuo, fu costretto a rinunciare: vi era un concreto rischio di sforamento del patto di stabilità. 

LA VENDETTA

La Villa, capirete, è restata troppo tempo in attesa. Non ce l’ha fatta più. Troppe richieste d’aiuto inascoltate, leggibile ogni qualvolta la si guardava, troppo difficile resistere ancora all’incedere della rovina, troppo vano continuare ad avere fiducia nell’intervento riparatore dell’uomo. Il 5 febbraio 2014 finisce il silenzio, e Villa d’Elboeuf esce allo scoperto gridando, reclamando la giusta attenzione, e sputando sui binari il materiale di cui è composta: crolla una consistente parte del muro prospiciente la linea ferroviaria. La Villa compie così la sua vendetta, riversandosi proprio su quell’infrastruttura incolpata dell’inizio della sua fine. E non ha fatto sconti, se l’è presa anche con tutti i suoi fruitori, con la cittadinanza e con i pendolari, visto che il servizio ferroviario sulla linea Napoli-Salerno è tuttora, dopo quasi 5 mesi, sospeso. Sembra un disperato gesto estremo, un colpo di coda, “un ammonimento a futura memoria”. E speriamo non finisca come Pompei, i cui continui crolli ormai non fanno più notizia, occupando giusto qualche trafiletto nei giornali e pochi istanti di superficiale riflessione da parte della Comunità civile e politica.

IL DIBATTITO SUL RESTAURO: COME INTERVENIRE?

Ho trent’anni, ed io Villa d’Elboeuf purtroppo l’ho vista sempre così, e la vedo peggiorare di giorno in giorno, corrosa dal tempo e dall’azione impietosa del mare, funestata da continui crolli, incendi e depauperamenti. E soprattutto la vedo mortificata dall’abbandono, dall’incuria, dall’indifferenza e dall’irriconoscenza: queste sono le parole che userei per sintetizzarne quello che noi architetti definiamo solitamente ‘lo stato di fatto’.

E in effetti oggi, quando capita di parlarne, sembra quasi di affrontare un dibattito sull’eutanasia: le posizioni sono sospese tra l'opportunità di una riqualificazione e il concreto scenario di un abbattimento.

Innanzitutto è da tenere presente che sul costo dell’opera di ripristino/recupero/restauro conservativo incide pesantemente la componente strutturale: non sono crollati solo ‘pezzi’ di solaio, bensì porzioni intere, e quelli che sono ancora al loro posto sono pericolanti o fortemente danneggiati dalle intemperie e dai numerosi incendi verificatisi (le strutture a sostegno della copertura e dei solai ai vari livelli, in linea con la tradizione costruttiva napoletana, erano state ovviamente realizzate in legno) ed, inoltre, ci sono grossi vuoti lasciati dal crollo delle volte e di buona parte della struttura dello scalone principale interno. E’ nota l’importanza, ai fini strutturali, della corretta ammorsatura tra muratura portante e strutture orizzontali, pertanto tutte queste grosse lacune sono effettivamente sintomatiche di una reale situazione di pericolo imminente. Non mi sorprenderebbe affatto se, da un momento all’altro, l’edificio si aprisse improvvisamente sui suoi quattro lati come se fosse una scatola di cartone.

A questo vanno aggiunti i costi per la riconfigurazione formale dell’edificio, del tutto persa in seguito alla prodigiosa scomparsa di ogni sorta di pregevole finitura, stucco ed ornamento.

A proposito, quale ‘veste’ si dovrebbe restituire alla Villa? La sola istanza della “memoria”, quella che si accontenterebbe del “dov’era, com’era” non basta. Sì è vero, è indispensabile per una comunità riconoscersi in alcuni luoghi o in alcuni edifici, affinché consapevole della propria storia sia in grado di tramandarla alle generazioni future. Ma la chiave per trasmettere davvero efficientemente ai posteri il nostro patrimonio architettonico è la ricerca di una adeguata “funzione”.

Nel caso di un bene dismesso, quale è il nostro edificio, la parola chiave è “riuso”. Condizione necessaria per intraprendere un lavoro di restauro così impegnativo è un opportuno e realistico scenario di nuova vita. Se non si è mai operato ancora in alcuna direzione, infatti, significa che i progetti presentati negli ultimi vent’anni, non sono stati abbastanza convincenti da mettere tutti d’accordo. E questo è il destino comune di quegli immobili con caratteristiche troppo peculiari per poter accogliere una funzione qualsiasi. Mi viene in mente, a riguardo, una forte analogia con l’annosa questione inerente il coevo Real Albergo dei Poveri, ancora oggi orfano di una destinazione d’uso appropriata, ma più in generale, ritengo che il tema della compatibilità degli edifici storici con le funzioni contemporanee è un argomento che dovrebbe essere posto al centro del dibattito del Restauro architettonico.

Altrimenti resta l’abbattimento. Ebbene sì, la possibilità di abbattimento io non la escludo a priori, poiché la pubblica sicurezza deve restare il requisito principale alla base di qualsiasi tipo di intervento, anche di carattere conservativo: ma provate a farvi un giro all’interno della Villa, è facile, è piuttosto accessibile e nessuno vi fermerà. Non ci vuole un tecnico per affermare che la vostra incolumità sarebbe a rischio e che probabilmente fuggireste via dopo pochi attimi di perlustrazione.

Premesso che sono pro-recupero ad oltranza, preferisco pormi stavolta in maniera provocatoriamente più realista e fare opportune osservazioni sul tema. Mi chiedo, se la situazione è davvero questa, se non sia davvero il caso di porre fine alle sofferenze del fabbricato, prevedendone l’abbattimento controllato, che possa dare inizio ad una nuova progettualità per l’area, piuttosto che aspettare che crolli da solo tout-court rischiando di provocare danni a persone e cose.

LA SICUREZZA. CONCLUSIONI

Ah già, la messa in sicurezza, non ci avevo pensato. Avevo dimenticato questa opportunità in grado di scongiurare quantomeno il pericolo imminente, di far guadagnare tempo (ancora!) utile a pianificare al meglio le adeguate strategie di recupero, riqualificazione e restauro. Ma non sono l’unico ad averlo dimenticato: il 5 giugno 2014 un articolo pubblicato su ‘Il Mattino’ ci informa che “i detriti (relativi ai crolli di febbraio, ndr) sono stati rimossi ormai da tempo, il problema ora è che nessuno può assicurare che le vibrazioni dei treni in corsa non danneggino ulteriormente l’edificio”. In pratica dopo quattro mesi dall’accaduto, il servizio ferroviario non è stato ancora ripristinato perché Rete Ferroviaria Italiana, Inv Est srl e Comune, troppo impegnati a scaricarsi reciprocamente le responsabilità, ancora non si sono precipitati a prestare i primi concreti soccorsi: la Villa non è stata ancora messa in sicurezza e lo scenario più roseo vede tutto fermo almeno fino a tutto il mese di luglio. Il secondo atto della vendetta potrebbe compiersi da un momento all’altro.

Questa storia non è passata inosservata e, difatti, è finita in Procura: pare che i magistrati vogliono vederci chiaro, non solo sul crollo del muro che ha bloccato il traffico dei treni, ma anche su tutta la procedura che ha portato alla vendita all’asta del complesso immobiliare e su tutta la gestione relativa agli ultimi anni.

Meno male, ora se ne occuperanno loro. Fortuna che i tempi della giustizia sono più rapidi di quelli della macchina amministrativa. E’ così, vero?!

 

foto di andrea damiati

 

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