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Un architetto, un docente, un uomo e la sua grande passione...

07-07-2014 nicola flora
UN'INTERVISTA A.....

Un architetto, un docente, ma sopratutto un uomo ricco di passione. Nelle sue parole trapela tutta la propensione all'architettura, il suo identificarla con la vita stessa. Difficile non farsi coinvolgere da Nicola Flora, architetto e docente presso le Facoltà di Architettura di Napoli ed Ascoli Piceno. 

                        

Nicola Flora

Nicola Flora (Campiglia Marittima, LI, 5-11-1961) si laurea in architettura a Napoli nel 1987. Dal 1988 fonda con Postiglione e Giardiello lo studio FGP con cui svolge attività professionale e di ricerca. Nel 2006 subentrano Santangelo e Tenore e si trasforma in FGP ST.udio srl. Nel 1996 discute la tesi finale del dottorato di ricerca in architettura degli interni a Milano con una tesi sulla modificazione della casa ad atrio a Pompei. Nel 2006 diviene ricercatore presso la facoltà di Ascoli Piceno, dal dicembre 2012 ritorna al dipartimento di architettura della Federrico II a Napoli dove oggi insegna e conduce ricerche nel campo dell’arredo innovativo e della ri\attivazione dei centri minori dismessi. Ha fondato nel 2008 il gruppo di ricerca MOBILARCH (www.mobilarch.it e su face book con propria pagina) con cui promuove eventi e workshop sul tema delle attrezzature a configurazione variabile ed ibride (mobilarchitetture) e sulla riattivazione dei centri minori appenninici dismessi, ha pubblicato articoli e volumi in Italia e all’estero, studiando in particolare l’architettura norvegese e i maestri nordici: Sverre Fehn e Sigurd Lewerntz in particolare. Su questi autori ha pubblicato monografie per Electa che sono state tradotte e ripubblicate in diversi paesi. È redattore della rivista AREA dal 1998.

 

  Cos’è per lei l’architettura? Voglio la sua sensazione.

Per me oramai l’architettura è una cosa sola con la mia vita, fisica, emozionale, affettiva, intellettuale. L’architettura è stata definita in tanti modi, ma sostanzialmente penso che sia l’attività fisica e intellettuale che aiuta gli uomini ad abitare il mondo, e tramite di essa ad incontrare il proprio sé più profondo e l’altro da sé. L’architettura in questo senso è un arte\fatto, una serie di fatti materiali ed immateriali che permettono alle persone di abitare consapevolmente il mondo. L’edilizia genera ripari, l’architettura costruisce luoghi, spazi di relazione tra persone materiali, le cose, la natura e gli altri.

Quando ha capito, se lo ha capito, di voler diventare architetto?

Ero predestinato da mio padre a fare il chirurgo. Ma avevo una professoressa di italiano che mi ha spinto verso l’incontro con l’arte. Così, d’istinto, senza alcuna consapevolezza, ho pensato che fare l’architetto mi permettesse di passare la vita tra le carte, i colori, che era la mia passione viscerale. Ed in effetti questo è stato l’inizio, l’esca. Ho capito che volevo fare l’architetto quando ho iniziato a capire cosa fosse l’architettura verso il terzo anno della facoltà. All’inizio l’ho presa come una missione esclusiva. Ma piano piano ho capito che non era una missione, era un mestiere, meraviglioso, ma che non aveva una mistica eroica cui votarsi. Era una meravigliosa arte (nel senso primario del termine, qualcosa fatta con le mani, piena di fatica fisica e materiale ma che chiedeva la costante vigile presenza della conoscenza e del pensiero critico, della consapevolezza) e così ho “deciso “ di diventare architetto. E bada bene che essere architetto non coincide sempre o solo con l’essere laureato in architettura! Nel mio caso ho cercato (e lo cerco a tutt’oggi) di onorare questo mestiere anche nell’insegnamento, visto che si è ridotta la fase della costruzione. Ma non è facile trovare un equilibrio tra la passione totalizzante della prima giovinezza e il senso del servizio civile che oggi credo essere la vera essenza di questo mestiere. Senza enfasi, senza mistiche totalizzanti. Ma felice perchè permette di entrare dentro le persone che sono il fine di questo fare. L’arte del costruire, le sue elaborazioni teoriche, sono solo mezzi. Niente di più, niente di meno.

 Di cosa si occupa oggi?   Oltre ad essere docente universitario esercita anche la professione di architetto?

Poco perché da un paio di anni le occasioni si sono ridotte, e ora sono totalmente assorbito dal mestiere di studiare e formare, costruire coscienze più che cose. Ma spero sia solo un momento: è troppo bello sentire l’odore del cantiere, del legno che si taglia, delle vernici. Gli artigiani sono una categoria di persone sane, bellissime. Voglio vivere questo mestiere come quando ho iniziato, tra le materie, le carte, i colori. Voglio restare piccolo. Ci sto mettendo una vita ma spero di diventare davvero innocente. Ma è una strada dura, ci vuole tempo per destrutturare le cattive coscienze che molte “scuole” sovrappongono. Ci provo. Vedremo a consuntivo se ci sarò riuscito.

Quali sostanziali differenze si riscontrano fra le due diverse strade professionali, il vivere nei meandri dell’Università, proseguendo gli studi e, di contro, affrontare la professione, con i suoi pro e contro, committenza, imprese edile, etc.

Nessuna. Sono due luoghi speculari, con stesse logiche di accomodamento e scontro tra poteri e posizioni di forza. Bisogna sempre elaborare strategie, progetti, e costruire. Nell’un caso strutture, nell’altro azioni di ricerca, didattica, coscienze. Ma hai sempre a che fare con l’animo umano, e le dinamiche sono simili. Almeno questa è la mia esperienza. L’accademia non è un paradiso di anime belle: si deve lottare sempre tra il lecito e il meno lecito e condurre battaglie per quello in cui si crede. Il fine è sempre lo stesso: costruire “spazi” per le persone. All’università sono spazi per il pensiero, nel mestiere spazi per l’abitare.

Quale materia studiata all’università l’ha affascinato di più? E perché? Corrisponde a quella che attualmente insegna o ha insegnato fin’ora?

Decisamente storia dell’architettura e progettazione architettonica, che è poi quello che insegno (in realtà ne insegno un sottoinsieme per essere accademicamente rigoroso, ma è questione di pura lana caprina: insegno progettazione al servizio del le persone!). per studiare la storia ho viaggiato e sono sempre andato a leggere i testi sotto gli edifici: come mi potevo ricordare ogni passaggio su S.Pietro in Montorio, leggendo Brandi, se non stavo sotto al meraviglioso tempietto e potevo guardare quello che leggevo. Sono stati i giorni tra i più belli della mia vita. E non ti dico la prima volta che sono entrato nel Tempio Unitariano di Wright, o più ancora in Villa Savoye o alla Tourrette. Raramente ho goduto di essere vivo più di allora: un’esperienza che ha coinvolto tutti i miei sensi, la mia anima, la mia mente. In questi luoghi ho deciso che sarei voluto diventare un architetto, sperando che un giorno sarei potuto andare nel paradiso degli architetti e passare l’infinto tempo a parlare con loro, piuttosto che finire nell’inferno dei geometri\architetti\disposti\a\tutto e degli ingegneri \degli\ uffici\tecnici o di trafficanti di incarichi e regolamenti o elargitori di altre vessazioni per tutti i progettisti (tralasciamo le sovrintendenze…mi tremano i polsi al pensiero). Insomma vale la pena, se ne avranno benefici per l’eternità, non ti pare?

Quale libro o film hanno “condizionato” la sua esistenza e, se vogliamo, anche il modo di fare architettura? (questa è bella)

Senza dubbio “Le città invisibili”, ma lo ho capito dopo. Più di tutto direi “Lezioni americane”. Calvino, insomma. Ma recentemente una vera scossa me la ha fornita un libro splendido, “I barbari. Saggio di una mutazione” di Baricco. E poi l’incontro con la filosofia delle scienze, Brockmann in particolare. E il grandissimo Giorgio Agamben di cui faccio sempre leggere ai miei allievi diversi testi. Tra i film direi che ce ne sono moltissimi, ma la saga di Star Wars e del Signore degli anelli, per moltissime cose, mi hanno aperto moltissimi orizzonti. Ultimamente sono stato colpito da “Her” e dalla serie tv “Black mirror”. Come vedi devo sempre ai miei figli molta della ri\educazione all’architettura: sempre meno oggi sono gli architetti a insegnare quanto serve all’architettura. Sarà triste ma è così. E non vorrei dimenticare nell’ultimo anno un antropologo strepitoso come Vito Teti. Ma comunque non dimenticherei Rem Koolhaas: “Singapore songlines” è imperdibile, per me, così come “Junkspace”. Ma ci sono arrivato dopo aver distrutto con fatica molti pregiudizi ideologici che mi avevano caricato sulle spalle durante la formazione. Questo aspetto lo trovo davvero pericoloso, e purtroppo nella nostra scuola napoletana non del tutto dismesso. Ma credo siano ultimi sussulti di una strada fortunatamente chiusa per sempre. Almeno spero!

Cos’è per lei la fotografia? E’presente nella sua vita, in qualche modo?

Moltissimo. Non hai idea quante foto faccio, quanto tempo dedico a manipolarle, rimontarle. E’ sempre stata un’ossessione. I miei mi prendono in giro per questo. Ma sapessi quanto ho educato il mio “guardare\vedere”, il mio leggere le cose da un consapevole punto di vista, capire che ogni cosa non è oggettiva e che più speri di oggettivarla più facce inattese il mondo che ti circonda ti mostra. Una grandissima scuola. E ne vedo di meravigliose in giro. Tutto questo mondo dei cellulari, delle camere di basso livello qualitativo ma che hanno cambiato i parametri della visione e della sua restituzione, sono davvero splendidi, pieni di nuove possibilità, conturbanti:  Istagram, Facebook, i social e le nuove App hanno poi amplificato al’estremo questa opportunità. Meraviglioso. Un mondo fantastico quello in cui viviamo. Come dice Ivano Fossati “che bella questa compagnia”, e con De Andrè sono convinto che molti saranno “salvati” per essere stati capaci di “stillare dalla vita anche solo una goccia di splendore”!

L’architetto che stima di più oggi? Ed uno del passato? Esistono davvero gli archistar?

Le archistar sono una meravigliosa invenzione dei media che ha fatto moltiplicare gli incassi e i fatturati di un piccolo gruppo di artisti\architetti. Fortunati loro! Ma ne sono responsabili i media! E anche le università! Perché invitiamo le star? Invitiamo quella miriade bellissima di architetti, designer e pensatori meno gettonati ma pieni di bellezza, piuttosto! De\mitizziamo questi signori, se non altro per aumentare le opportunità di realizzare fatturati ad una miriade di progettisti di qualità per cui non si muovono governi e capi di stato (come mi risulta capiti per queste “star”!). Tanto le archistar non ci possono (ne vogliono, bada bene!) insegnare nulla, almeno nulla che ci possa immediatamente servire per fare le cose che professionalmente ci capitano. In particolare in Italia: hai visto la fine della nuvola di Fuksas? Una tristezza, in un paese senza risorse sperperarle per una cosa assolutamente inutile. E’ devastante per l’autostima del sistema architettura in Italia. Moltissimi architetti “normali” ci aiutano invece a pensare, e ne possiamo replicare modi e sistemi. Quindi è bello che esistano i grandi, ma davvero non mi interessano particolarmente. Direi sempre meno! Stimo infinitamente Umberto Riva, Cristiano Toraldo di Francia (per cose molto diverse) e comunque tra i grandi Rem Koolhaas e Steven Hall : sono quelli che trovo di una potenza espressiva \costruttiva\inventiva superiore.

Cosa suggerirebbe ad un giovane che si accinge ad iscriversi in una facoltà d'architettura? Vale la pena studiare una materia così complessa?

Ma certo che si! Oggi più di prima. Ma deve sapere che è più dura di prima, perché le generazioni precedenti hanno fatto di tutto per distruggere il carisma accumulato nei secoli precedenti! Scherzi a parte è il più bel mestiere del mondo, ma se non ti senti figlio del mondo, se vuoi farlo sotto casa, con mamma e papà, senza coinvolgerti con il mondo, è meglio che non ci provi proprio. L’architetto deve essere molto apolide, poco radicato, e sempre contaminato\contaminabile culturalmente. Poco specializzato sul piano culturale. Perché un architetto locale è come una nuvola sopra lo skyline di un paese: un’invenzione momentanea, perché il cielo è di tutti e se ti sembra che sia in un posto allo stesso tempo si trova altrove. La mistica dell’identità locale\nazionale, oltre che pericolosa culturalmente, oggi è una truffa di chi la propone. Il tentativo di costruire un recinto, una riserva di caccia. Davvero imbarazzante culturalmente! Come se si potesse separare un’onda dal mare! Ti pare possibile? Altro invece è immaginare che a diversi contesti, a diverse condizioni economiche, sociali, fisiche e orografiche si possa rispondere con la forma o con strategie diverse! Ma la parola “tipico”, “locale”, “tradizionale” sono pericolosissime trappole. Ma gli architetti (che come ti ho detto per me sono altro dai laureati in architettura!) queste cose le sanno benissimo.

Il suo pensiero su un’ostica materia, il Restauro Architettonico. Oltre ad una mera definizione della cosa, ci interessa sapere cosa vede intorno a sé, oggi, in relazione a concetti quali Conservazione, Recupero, Valorizzazione….sono completamente espressi negli interventi che si realizzano? 

Tocchi una cosa delicata dove si combattono guerre ideologiche in Italia particolarmente cruente. Dico solo che tutti gli architetti di valore indiscusso che ho conosciuto e frequentato (italiani, ma soprattutto stranieri) ritengono assurdo il sistema di “tutela” che il nostro paese ha. E non voglio dire altro. Dico che le sovrintendenze dovrebbero capire qualcosa di architettura prima di pontificare, ma direi interessarsi di cultura in generale, e considerare tutte le cose prodotte degli uomini importanti tanto quanto gli uomini. Prendi la farsa dell’uso di piazza del Plebiscito a Napoli! Ma se non si può fare un concerto del più grande rocker vivente in uno spazio pubblico, a che serve quello spazio? Ai piccioni per defecarci sopra? E vorrei sapere quanti napoletani ci vanno, quanti sono entrati in quella bellissima, algida, ma anche agghiacciante chiesa che la campeggia! E se poi le pietre vibrassero sotto i colpi della voce di Spingsteen….ma sono sicuro che lo farebbero felici dopo secoli di algida intatta purezza. Ma insomma gli spazi sono per la vita delle persone, non si può museificare il mondo, quindi il sovrintendente di Napoli ha perso una bellissima occasione per tacere. Si è messo in mostra, malissimo, e benché architetto non riesce più a cogliere la differenza tra un mezzo ed un fine. Almeno dal mio punto di vista (ma come ti ho detto sono in ottima compagnia!).comunque su questa questione personalmente non transigo! E se comprendo l’affanno di un popolo per capolavori indiscussi (il Colosseo, l’antro della Sibilla di Cuma , luogo peraltro devastato dalla sovrintendenza con uno scelleratissimo sistema di luci artificiali che grida vendetta!) capisco di meno l’immobilismo (che poi genera enclavi di governo e molto malgoverno…ma chi opera lo sa benissimo) che genera la cattiva cultura del restaurare\conservare. Torniamo alla mistica: possibile che tutto quanto fatto fino a cinquant’anni fa è da conservare allo stesso modo? Lo trovo folle, perché significa non scegliere, non sapere\volere fare differenze. Risultato? Le cose da sole finiscono, cadono, si consumano… ma d’altra parte se moriamo noi non sarà anche legittimo che prima o poi anche le cose finiscano? Poi è ovvio che come facciamo con i nostri cari anche con i capolavori cercheremo di tenerli con noi il più a lungo possibile. Ma io penso sempre che una vita che deve venire è sempre più importante della memoria (che spesso è un’invenzione!) di vite passate.

Insomma viva Viollet Le Duc, viva Carlo Scarpa, viva Franco Albini. Ma so che questa cosa divide più che unire. Comunque non conosco architetto internazionale che amando l’Italia non la pensi così. Ma la retorica della conservazione ad oltranza poi genera, per reazione, fastidi per ogni vestigia del passato (che è una aberrazione), ma causata dall’oltranzismo del partito della tutela e conservazione\senza\se\e\senza\ma, che come dimostra Pompei (una città distrutta a cielo aperto che per sua natura è non\conservabile in todo! Basta vedere le foto Alinari per capire quanto si è perduto!) è una battaglia persa in partenza. Bisogna fare delle scelte. E questa scelta prevede che qualcosa si farà, altro no. Perché io preferirei che i disabili avessero più assistenza sociale, che le scuole pubbliche e gli ospedali fossero migliori per i nostri anziani e i nostri figli, anche a scapito di qualche muro di Pompei che crolla. Quello viene dopo le persone, se non ci sono risorse per tutti e due preferisco le persone. E quindi molto dovrà naturalmente passare, distruggersi, cedere il passo al nuovo. E’ la vita, perché sorprendersi?

 

Un aneddoto riguardante il suo lavoro o i suoi studi. 
Troppi. Il solo che voglio ricordare qui riguarda la persona che in questo campo per me è stata la più importante che ho conosciuto, e che ho deciso, riconoscendomene allievo, di chiamarlo maestro: Sverre Fehn. Nel 1992\3 lo conoscemmo, andammo da lui ad Oslo, tornammo entusiasti con disegni e foto di sue case e due musei. Li facemmo vedere ai nostri professori che allora stimavamo (a Napoli e a Milano dove facevamo il dottorato). Una delusione! Ci dissero che era una architetto involuto, dagli strani e vernacolari formalismi, che era poco più che un rozzo contadino norvegese da cui nulla avevamo da imparare! Non ti dico la nostra delusione. Ovviamente, e bene abbiamo fatto, ce ne siamo fregati del giudizio di rancorosi accademici. Di li a poco eravamo alla basilica palladiana a Vicenza ad allestire la sua personale, nel 1998, mentre usciva la monografia per Electa che lui aveva imposto a Dal Co che fossimo noi, giovani sconosciuti dottorandi napoletani (io, Gennaro Postiglione e Paolo Giardiello) a fare. E mentre eravamo lì ricevemmo la notizia del suo ottenimento del Pritzker Price! Allora dico ai giovani: i maestri sono quasi sempre quelli che fanno di tutto per non farsi chiamare così! Bisogna essere liberi e leggere le cose per il loro valore senza usare schemi ideologici. Allora si va lontani. Anche in luoghi inattesi dove si incontreranno persone e cose inattese e bellissime. Questa è la vera bellezza della vita. L’architettura, dico sempre, alla fine si impara, difficilmente la si insegna. E quindi c’è speranza per tutti, anche nelle meno fortunate scuole pubbliche di architettura italiana. I migliori non escono sempre e solo dalle grandi istituzioni private americane! L’intelligenza, la vita, la distribuisce con gratuità: ovunque. Questa esperienza che ti ho raccontato mi ha cambiato la vita, mi ha formato definitivamente. Cerco di non dimenticarlo mai!
 
 

Cosa ne pensa del portale instaura.it?  Ha potenzialità tali da poter spronare al Riuso, Recupero, Restauro dei beni sottoposti al suo Osservatorio?

Se contribuirà ad educare alla visione, al riconoscimento dei valori che le cose sempre hanno, ma ricordando allo stesso tempo che sono strumenti per la vita delle persone le quali comunque restano essere il fine e l’obbiettivo di ogni manufatto, di ogni azione costruttiva ed intellettuale, allora per me avrà un senso. Se contribuirà a generare la mistica di un passato, spesso assolutamente arbitrario e fittizio, per me sarà una occasione persa. In bocca al lupo, comunque: io spero che questo non accada. E comunque complimenti per lo sforzo, in ogni caso da solo vale l’impresa.

 

La ringrazio di cuore per il tempo che CI ha dedicato e, con stima e un pizzico di emozione, la saluto!

A presto e viva l’architettura, sempre!

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