I LAND

Non sono architetto: sono solo una studentessa che prova a diventarlo

10-12-2014 Francesca Paola Piccolo
UN'INTERVISTA A.....

Allieva del DiARC, partecipante allo scorso Instaura Lab, Francesca si sottopone all'intervista, dimostrando il suo approccio umile e silente al mondo dell'Architettura. E la passione per la storia ed il restauro architettonico.

Francesca nasce a Pomigliano D'Arco nel 1989. E’ allieva del DIARC, Corso di Laurea 5UE.

E’ fortemente affascinata dalla profondità di pensiero dell'Architettura ed è per questo che ne ama la Storia. Tale interesse si declina, con naturale curiosità, anche nell'ambito del dibattito teorico sulla Conservazione e delle metodologie del Restauro. Reputa la divulgazione del sapere, quanto l'amore per luoghi fisici e culturali, strumenti necessari per la valorizzazione del territorio.
 

                     

  Nome Cognome  

  Francesca Paola Piccolo

 

 

 

 

 

 

 

 

Personale definizione 

Non sono architetto: sono solo una studentessa che prova a diventarlo. In questa lunga strada tortuosa, però, sicuramente qualche attitudine ha prevaricato su altre. Sono influenzata dalla mia passione per la storia, per cui non riesco a fare a meno di analizzare, contestualizzare, conservare. Reputo che anche la progettazione ex-novo debba rispettare l’intero sistema delle preesistenze, creando un dialogo fra il progetto stesso e l’identità dei luoghi. Emotivamente, non riesco a non distaccarmi da un’architettura fatta di masse, ma non rinuncio ai concetti di leggerezza e flessibilità ottenibili mediante un’attenta progettazione degli spazi interni. Trovo che il restauro e il riuso, infatti,  offrano interessanti esercizi progettuali a noi studenti: in un territorio ormai saturo, è indispensabile saper conservare o reinterpretare ciò che il passato ci dona.

 

  Cos’è per te l’architettura? Voglio la tua sensazione.

L'Architettura è una sensazione! A primo impatto, è legata alle percezioni che luce e volumi ci offrono. Una volta entrati in confidenza con uno spazio, però, per noi, diventa un luogo. Assume una propria identità. In esso, di conseguenza, non solo si sublimano suggestioni visive, ma anche emozioni, stimoli, memorie legate alla sua fruizione. L'architettura è capace di instaurare un legame emotivo sia personale ed interiore, sia collettivo ed esteriore.
 

Quando hai capito, se lo hai capito, di voler diventare architetto?

Bella domanda.
Ho sempre prestato molta attenzione ai luoghi. Ho vissuto quasi tutta la mia vita in un edificio storico e, senza rendermene conto, mi ha segnato fortemente. Mi iscrissi a questa (ex) facoltà, perché le mie passioni ricadevano in alcuni dei suoi ambiti. Devo ammettere, però, di aver capito solo in seguito cosa fosse l'architettura e cosa realmente facesse un architetto. Anzi, in quest'ultimo caso, data la mia estraneità dal mondo del lavoro, ancora non ne conosco davvero il mestiere. E' stato difficile per molti anni, dunque, capire se avessi scelto la strada giusta. Oggi, ho le idee chiare su ciò che vorrei veramente: non diventare una progettista. Scherzi a parte, solo di recente, ho capito di voler diventare architetto...solo quando ho scoperto il restauro.

 

   Di cosa ti occupi oggi? Studi ancora, sei architetto o hai cambiato strada? Sincera, però….

Studio ancora...e non me ne vergogno! Il mio percorso universitario, qualche anno fa, ha subito una brutta battuta d'arresto: ho cominciato a nutrire seri dubbi sulla strada intrapresa, non tanto per gli studi in sé, ma per la professione a cui conducevano. Avevo deciso persino di cambiare ambito universitario. Poi, per un'inezia burocratica, sono rimasta esattamente dov'ero ed è stata la mia più grande fortuna. Nessun posto sarebbe stato migliore di questo. Lo studio, così, è diventato mero pretesto per scoprire quanto più è possibile: qualunque sia settore dell’architettura a cui mi dedicherò in futuro, voglio arrivarci al meglio delle competenze che può permettersi un neolaureato.
 

Quale materia studiata all’università ti ha affascinato di più? E perché? Ma ci interessa poi? Fa un po’ tu.

Storia dell’Architettura, Restauro, Scienza delle Costruzioni. Effettivamente, non credo interessi realmente a qualcuno, ma per certi versi, tali discipline descrivono la mia forma mentis (forse, più orientata verso la teoria che per la pratica), sintetizzano la mia visione di architettura: la storia racconta, il restauro perpetua, la scienza spiega.

Quale libro o film ti ha condizionato l’esistenza? (questa è bella)

Citare una sola fonte è riduttivo…sarò costretta a fare più riferimenti! In compenso, elencherò una sorta di lista della spesa per non annoiarvi ulteriormente. (Certo, che questa domanda è così personale, da essere quasi imbarazzante!)
Film: Il posto delle fragole, In the mood for love, Lisbon Story etc., etc. etc.
Libri: Jane Eye (C. Bronte), L’insostenibile leggerezza dell’essere (M. Kundera), Malacqua (N. Pugliese), Breviario di architettura (S. Gideon), L’architettura nell’Italia contemporanea (L. Benevolo), Silenzi Eloquenti (C. Martì Arìs), Il futuro del “classico” (S. Settis), etc., etc., etc.….
 

Cos’è per te la fotografia? E’ presente nella tua vita, in qualche modo?

E’ una delle mie più grandi passioni, ovviamente. Dico “ovviamente” perché è facile che un appassionato di architettura ami la fotografia. Il disegno, ad esempio, permette di conoscere più approfonditamente un edificio: ci svela geometrie e sequenze, rapporti e proporzioni, il senso spaziale. La fotografia invece, aiuta a catturarne le suggestioni d’impatto. Fotografare è raccogliere appunti visivi (su cui riflettere in un secondo momento), è un mezzo per congelare la poesia di un frammento. (…soprattutto, se si è sprovvisti di un grandangolo.)
 

L’architetto che stimi di più oggi? Ed uno del passato? Che ne pensi di te, in relazione a loro? Esistono davvero gli archistar?

-L’architettura nasce per rispondere a delle esigenze, per cui le tematiche secondo le quali si sviluppa sono svariate. Potrei citare un architetto per ogni ambito di ricerca! Cio nonostante, per quanto mi sembri di far un torto a tutti gli altri, sarò breve e farò solo i nomi di Rafael Moneo (su tutti!), Eduardo Souto de Moura, Gilles Perraudin. Esistono diversi aspetti ed opere della loro intera carriera da valutare, ma voglio focalizzare l’attenzione su quello che reputo un comune denominatore: il dialogo con la pietra. E’ più forte di me. L’architettura contemporanea che trova ancora modo di dare dignità alle pietre mi affascina. Sarà l’immagine archetipica conservata nella mia memoria di italiana, ma l’architettura pesante, la vista delle masse, il tatto sulle superfici lapidee  è qualcosa che mi emoziona più di altre. Ritrovo qualcosa che mi appartiene, qualcosa che appartiene alla nostra cultura.
-Per quanto riguarda l’architetto del passato, sarò rapida…avete giusto quattro o cinque ore da dedicarmi?! 
I maestri sono coloro che hanno introdotto qualcosa a cui nessuno aveva mai pensato prima. Ad esempio, per quanto riguarda il Movimento Moderno, padre della nostra contemporaneità, si arriva ad una necessità di “semplificazione”, all’ “epurazione dell’architettura mediante il vuoto” (A. Ozenfant). I maestri del Moderno, in qualche modo, svuotano l’architettura tramite la sintesi di temi diversi: la storia, la tecnica, la funzione, la natura, la geometria, i caratteri tradizionali di un luogo. Un architetto del passato che mi ha colpito per la sua capacità di interpretazione di tale fenomeno è Luis Barragán: le sue architetture centripete, gli spazi introspettivi e silenziosi, il rapporto spirituale con il tema dell’abitazione, i giochi di luce tra volumi e superfici ruvide, l’utilizzo dei colori e le ispirazioni mutuate dalla tradizione messicana. Insomma, trovo sia poesia pura.
- Cosa penso di me in relazione a loro? Ah beh…“e io speriamo che me la cavo.”
-Certo, che esistono gli archistar! Oggi, il mondo è pilotato dai mass media e dal marketing, di conseguenza, è inevitabile che l’architettura venga coinvolta in questo gioco socio-economico. A pensarci bene, il fenomeno non è del tutto nuovo. Gli edifici, o le sculture, sono sempre stati un veicolo collettivo, un mezzo per imporre il proprio potere sul panorama visivo, omaggiare un evento, catalizzare fedeli: maggiori erano le possibilità economiche della committenza, maggiore erano le abilità dell’artefice. Oggi, il discorso è simile, ma ha subito una crescita esponenziale: l’economia gira a velocità vertiginose, le funzioni attrattive si sono moltiplicate, l’architettura ha raggiunto capacità tecniche tali, da essere essa stessa una scultura. Come ci si impone e ci si rende riconoscibili nel selvaggio skyline contemporaneo? Con un segno riconoscibile: il brand, la firma/forma, l’archistar. 

Le archistar esistono, ma fortunatamente sono in minoranza!

Cosa suggeriresti ad un giovane che si accinge ad iscriversi in una facoltà d'architettura? Vale la pena studiare una materia così complessa?

In primo luogo, gli chiarirei un concetto: iscriversi ad Architettura è impegnativo. Non è una facoltà difficile, ma è una facoltà totalizzante. Bisogna essere disposti a rinunciare a qualcosa, affinché ci si possa fondere con i propri studi. Ciò non significa annullare la propria identità a scopi universitari, bensì arricchirsi al punto da non riuscire più a scindere l’ottica della persona dalla prospettiva dell’architetto.
Inoltre, gli riporterei delle parole a me care. Al primo anno di università, una docente disse a noi matricole:<<Avere a che fare con l’architettura significa dedicare a questa materia 20 ore su 24 della vostra giornata.  Se una giornata, invece, fosse di 48 ore, voi ne dedichereste almeno 40-44 e così via. Più tempo avrete, più tempo vi prenderà. Leggete. Leggete quanti più libri vi è possibile. Approfondite: vi innamorerete dell’architettura. Scoprirete così, che non potete fare a meno di pensarci tutto il giorno.>>
 

Cosa pensi del Restauro Architettonico? L’hai studiato? Ti interessa? Anche se no, dimmi cosa vedi intorno a te…

Sì, direi proprio che mi interessa. E’ il settore professionale che più si avvicina alle mie passioni. Anzi, dal mio punto di vista, in questo Paese, l’architetto-restauratore è una figura che ha più peso di altre.
Oggi, in merito alle questioni ambientali, si parla tanto di sostenibilità, cioè di quello sviluppo che permette il soddisfacimento dei bisogni attuali, garantendo le stesse possibilità alle generazioni future. Ecco, per me, il restauro si occupa di vera e propria sostenibilità culturale. Il nostro territorio è costellato di beni ed è impensabile non prendersene cura. E’ dovere di tutti: non è necessario essere un addetto ai lavori per rispettare il nostro patrimonio architettonico. E’ compito degli architetti, invece, operare sapientemente e con coscienza, affinché un bene si rimetta in sesto ed abbia nuova vita. E’ proprio per queste ragioni che il restauro mi entusiasma, ma allo stesso tempo, mi terrorizza: è necessario possedere cultura e sensibilità profondissime. Dopo, l’esperienza di InstauraLab però, ho imparato che soprattutto, un restauratore non può fare a meno del coraggio.
 

Un aneddoto riguardante il tuo lavoro o gli studi.

Poco tempo fa, ho partecipato ad un workshop del team Instaura e, qualche giorno dopo, mi hanno proposto un’intervista. Immaginate: le opinioni sull’architettura della studentessa Francesca Tal-dei-tali (effettivamente, sì, ho una certa esperienza come studentessa universitaria!), dopo i contributi di personaggi del calibro di Philippe Daverio o del Prof. Arch. Flora! Insomma, se questo non è un aneddoto divertente, cosa lo è?!  Abbiate pazienza con me. Abbiate pazienza per le mie divagazioni, i miei strafalcioni, le mie inesperienze, le mie passioni. Persino io provo ad avere pazienza con me, perché la passione senza pazienza è solo un capriccio.

Grazie per quest’opportunità, per quest’esperienza e per aver dedicato, almeno, cinque ore del vostro tempo per la sola lettura dell’intervista!

 

 

Grazie e BUONA FORTUNA, AMICO MIO….e viva l’architettura sempre!

Social Media: