I LAND

Vie che crescono, vie che muoiono: Roccadaspide e il suo convento

24-02-2015 Mariantonietta Sorrentino
BORGHI STORICI ED EPISODI

Pochi conoscono l’alto Cilento, quella terra avvolta dall’ignoto che s’incontra dopo Capaccio e oltrepassata l’antica città greca di Poseidonia, meglio nota come Paestum. La strada si snoda come un serpente, abbandonando dopo pochi chilometri la pianura e facendosi erta, salita con un contorno di colline e di ulivi. Otto tornanti segnano inesorabilmente il paesaggio e portano verso un Cilento innevato d’inverno e ricco di sorgive. E’ Roccadaspide a dare il benvenuto al viandante che in questo secolo di Ipad e visioni satellitari decide un viaggio “slow”, come se fosse  a dorso di mulo. Sei pronto alla scoperta se hai l’ avventura dalla tua e non ti spaventa un asse viario che lascia a desiderare.

Scavata nella roccia l’attuale strada di accesso alla cittadina cilentana, ha messo in ombra un antico monastero, S. Maria delle Grazie. Lo si vede a malapena affacciandosi sulla sinistra dopo l’ultima curva e non prima di aver visto il castello.

E se le vie di comunicazione sono il sistema arterioso di un paese, esse decretano lo sviluppo di un’area o il suo contrario. Questo vale per qualsiasi territorio, ma a maggior ragione per il Cilento, una sub regione del salernitano isolata per secoli. Una strada creata e ,poi, abbandonata ha deciso la fine di quello che è uno dei tanti conventi, tenuto dai Conventuali Minori ai piedi di Roccadaspide, marginalizzato dalla nuova strada costruita nel 1700 ad uso e consumo della cittadina cilentana.

“Presi dall’amore della Vergine Madre di Cristo” così recita nella pietra recita il portale del monastero, opera creata da un cilentano, il lapicida di Castelcivita Belardino Rotundo. Il monastero a Roccadaspide si avvalse dell’appoggio addirittura di un Papa. Accadde nel 1500 quando fu superiore dell’Ordine padre Felice Perretti che salì, poi, al soglio pontificio come Sisto V alla fine del XVI secolo. Fu lui ad ordinare quegli affreschi interni ed esterni ora deturpati dall’incuria degli uomini e dalle ingiurie del tempo.

Le opere dentro le sue mura furon commissionate ai rinomati Consulmagno di Aquara, artefici di prim’ordine fuori e dentro un Cilento tardo medioevale che si dotava di opere pregevoli ad arricchire portali laici e luoghi sacri. Eretto nel 1415, il convento esibisce una facciata con grandi archi a tutto sesto e volte a crociera che portano all’ingresso della chiesa e a quello del convento. Sull’architrave della chiesa è scolpito lo stemma dei Francescani che porta inciso l’anno di nascita.

A marginalizzare il monastero fu la nuova strada voluta per facilitare l’ingresso a Roccadaspide. Infatti, nel 1700 la principale via di accesso alla cittadina cilentana era a valle del paese e consisteva in una ripida viuzza che, partendo in prossimità del Convento Francescano, s’inerpicava fino al Castello. E se nel medioevo vi erano ragioni che avevano indotto gli abitanti a trovare riparo tra le colline e i monti, nel secolo dei Lumi questa situazione era cambiata. Per facilitare anche l’ingresso nel feudo ai potenti principi Filomarino fu deciso di realizzare una nuova strada carrozzabile che, partendo dal Castello, col taglio delle rocce dello Scanno e della Difesa Santa Maria, solcasse a mezza costa la montagna, passando per Tuoro e Pedaline, fino a raggiungere Seude di Capaccio. Inaugurata il 15 settembre del 1728, la strada permise al Principe di raggiungere più comodamente, con l'uso della carrozza, il Castello di Rocca, proprietà loro da secoli.

I Filomarino, ossia una delle più antiche della città di Napoli, le cui origini risalgono all’epoca del Ducato, con Marino alla fine del X secolo che ricopriva la carica di Console.
I suoi figli erano chiamati "filii Marino" e, quindi, presero in seguito il cognome Filomarino. Il castello di Roccadaspide è un biglietto da visita convincente per un’area dove lupi e briganti erano di casa. Si impone allo sguardo per quella pietra che si colora al tramonto e si è fatta torre, merlo, portale. E’ la pietra di Roccadaspide, estratta dalle cave vicine. L’imponenza del maniero racconta una storia tumultuosa e segreta a tratti e nei vari ambienti i padroni di casa che vi si son succeduti. Le cantine, le prigioni sanno affascinare e riportano in un’epoca lontana dal rombo dei motori. Nel cortile interno, durante le estati, si tengono concerti di musica classica. Un uso assennato di un nostro patrimonio che non deve essere fruito da pochi.

Il mondo invidia all’Italia la ricchezza e la varietà dei Beni culturali disseminati lungo tutta  la Penisola senza soluzione di continuità. Sta a noi riservare cura al nostro patrimonio impedendone l’oblìo e l’incuria.

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