I LAND

Operatore del settore dell’Architettura. Architetto è una parola troppo grossa.

09-11-2015 francesco del vecchio
UN'INTERVISTA A.....

                      Nome Cognome  

Operatore del settore dell’Architettura. Architetto è una parola troppo grossa. 

  Cos’è per te l’architettura? Voglio la tua sensazione.

Che domanda complicata! Vuoi una sensazione? Ti rispondo così va’:"Emozioni Solide, Vibranti di Materia;
Indagate Proporzioni per Sfidare la Natura. Invenzione Presuntuosa di Tensioni Calcolate;
Emozioni Inamovibili... Pazienti aspettano la Luce."

 

Quando hai capito, se lo hai capito, di voler diventare architetto?

Mi sono iscritto alla Facoltà di Architettura senza nemmeno capire quello che stavo facendo. Tre anni dopo un diploma preso con il minor impegno possibile. A casa mia iscriversi all’Università era considerato un lusso e in effetti un poco lo è stato. Comunque mi iscrissi, con la complicità e l’insistenza di una mia cara amica, un giorno scappando dal lavoro (facevo l’elettricista) andai a seguire una sorta di lezione “di benvenuto” tenuta da alcuni professori che poi ho scoperto essere le colonne portanti della Facoltà. Il grande Renato De Fusco elencò una serie di qualità che, secondo lui, uno studente di architettura doveva avere. In maniera molto presuntuosa ritenni di averne qualcuna…tornai a casa felice, ma proprio tanto felice…lasciai il lavoro

 

 

   Di cosa ti occupi oggi? Studi ancora, sei architetto o hai cambiato strada? Sincera, però….

Oggi faccio l’architetto (per semplificare, ma ritengo che questa sia una parola con un peso ed un valore che non mi posso permettere, almeno non ancora), libero professionista da circa tre anni, mi occupo soprattutto di interni, ma ho avuto anche esperienze gratificanti nella progettazione di spazi pubblici. È dura, è complicato e per il 90% del tempo credi di star facendo tutt’altro…ma tant’è.
Ovviamente oggi (più di un tempo?) fare l’architetto significa mettere in campo una serie quasi infinita di competenze, per questo è impossibile fare tutto da soli. In realtà sono in rete con altri professionisti, è un buon modo per imparare, per crescere e per avere contatti utili.

 

Quale materia studiata all’università ti ha affascinato di più? E perché? Ma ci interessa poi? Fa un po’ tu.

Beh, ai laboratori di progettazione sono legati i momenti più belli dei miei 7 anni e mezzo in facoltà. Ogni volta portavo a casa un piccolo mattoncino di sapere…a prescindere dal professore…da tutti ho imparato qualcosa, nessuno escluso. 

Quale libro o film ti ha condizionato l’esistenza? (questa è bella)

Libri? Difficile da dire…mi limito a quelli letti negli anni dell’università e ne scelgo tre: Il Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago, Le memorie di Adriano della Yourcenar e Novecento di Baricco. Hanno in comune la volontà dei protagonisti di trasformare la loro porzione (piccola o enorme) di mondo…o talvolta scelgono di non cambiarla affatto. In fondo cos’altro è l’architettura se non questo?

Cos’è per te la fotografia? E’ presente nella tua vita, in qualche modo?

Tralasciandone l’uso strettamente pratico e indispensabile nel nostro lavoro, la fotografia è senza dubbio un’arte tra le più belle e affascinanti. Racconta un singolo istante se sei bravino…racconta una vita, una storia, una città intera se sei un artista. Io non ho molte conoscenze tecniche di fotografia, mi piace molto guardare le belle foto degli altri e mi diletto per il gusto di portare a casa qualche bel ricordo.

L’architetto che stimi di più oggi? Ed uno del passato? Che ne pensi di te, in relazione a loro? Esistono davvero gli archistar?

Non mi è mai piaciuta la parola, ma in fondo, cos’è una Archistar? Bernini lo era? Sì, certamente. Era talmente importante ai suoi tempi che in un accordo stipulato tra il Papa e il Re Sole il suo nome e i suoi servizi erano in una delle clausole. E Michelangelo o Vanvitelli? Anche loro lo erano, contesi da tutti i potenti e gli “stati italiani” di allora. 
Il problema è che oggi le Archistar sono quelle di ieri, degli anni ’80. L’architettura non produce più un pensiero nuovo da 30 anni a questa parte. Fare edifici “storti” o “sinuosi” o “spezzati” sembra significhi farea architettura contemporanea e per i più sprovveduti imitatori, disegnare linee a caso sembra essere la differenza tra il nuovo e il vecchio. Ma secondo me non è così: il nuovo non c’è, e il passato è passato. 
Jacques Derrida è morto 11 anni fa. Frank Gehry è del 1929, Zaha Hadid del 1950, Rem Koolhass del 1944 e Daniel Libeskind,  Peter Eisenman, Bernard Tschumi hanno tutti poco meno di 80 anni, il Decostruttivismo è una corrente architettonica che non ha più alcun senso oggi…
 Sia chiaro, questi maestri hanno prodotto cose bellissime e alcune loro opere hanno modificato geneticamente il DNA dell’architettura e…semplificando: non sono contro ogni linea non ortogonale, non è questo il punto.
I sei di New York DEVONO e continueranno lungo la strada tracciata da loro…ma noi? Stiamo aspettando, ma cosa? Una possibilità? Forse dovremmo andare a prendercela.

 

Cosa suggeriresti ad un giovane che si accinge ad iscriversi in una facoltà d'architettura? Vale la pena studiare una materia così complessa?

Studiare vale la pena a prescindere, qualunque sia la materia. Se vogliamo guardare il lato più pragmatico della cosa e cioè la possibilità di trovare un lavoro con la laurea in tasca, penso che (salvo pochissime professioni) oggi le probabilità di riuscita di un qualunque percorso di studi siano le stesse. Fare lo scrittore, il giornalista, l’architetto o il ballerino comporta sempre lo stesso rischio e le stesse difficoltà. L’unica cosa che può fare la differenza è l’amore per quello che fai che rende lo sforzo, gli insuccessi, le frustrazioni più sopportabili.

Cosa pensi del Restauro Architettonico? L’hai studiato? Ti interessa? Anche se no, dimmi cosa vedi intorno a te, nel contesto in cui vivi, in relazione alla tematica del recupero….

Credo che il Restauro sia tra le più importanti questioni dell’Architettura Contemporanea. Sembra paradossale ma è così: come sappiamo bene la costruzione del nuovo in Italia è sempre meno frequente, per ragioni “fisiologiche” direi, e il Restauro dovrebbe essere la più grande occasione di lavoro per noi architetti. Purtroppo però ci sono due cose da considerare: 1) la disciplina richiede delle conoscenze talmente specifiche che si possono acquisire solo dedicando la vita professionale solo al Restauro e al recupero. 2) i lavori di restauro “seri” sono talmente pochi e così tanto in mano alla casta delle soprintendenze e del nepotismo che acquisire le esperienze di cui sopra è praticamente impossibile.
Dal punto di vista professionale ho preso parte a pochi lavori importanti di restauro e quello che ho trovato più interessante è stato il provare a costruire un dialogo tra il linguaggio contemporaneo (che deve essere rispettoso e non volgare) e quello degli edifici antichi. Il restauro conservativo, che è la pratica più importante nella maggior parte dei casi, lo trovo (scusate) un poco noioso…ma ognuno ha la propria indole.

 

Un aneddoto riguardante il tuo lavoro o gli studi.

Breve aneddoto universitario.
Una cosa di cui un poco mi sono pentito, ma sono sicuro che la rifarei, è successa durante la mia seduta di laurea: nel pieno rispetto delle legge di Murphy in commissione capita l’unico professore per il quale ho provato un’assoluta disistima durante il mio percorso universitario.
Provolone con le ragazze, presuntuoso, arrogante e poco rispettoso del tempo dei suoi allievi, il suo esame, progettazione urbana (non urbanistica eh!) mi costò molto tempo e l’unico voto basso in un laboratorio di progettazione. Tra l’altro la sua svogliata incompetenza nell’insegnamento era stata associata in quel brillante laboratorio alla  “incompetenza totale” (problemi seri anche con la grammatica) del professore di estimo (che nel 2011, pretendeva i computi metrici compilati a mano sui modelli di buffetti)…ritorno al tema, ma era indispensabilel per capire quanto mi stava sulle scatole questo dipendente della Federico II (professore mi sembra eccessivo).
Detto questo, durante la seduta non perse occasione per avanzare delle critiche assurde sul mio progetto, che di difetti ne aveva a milioni, ma non erano certo quelli  che disperatamente cercavo di trovare, zittito più volte dagli altri professori.
A proclamazione avvenuta, durante il solito giro di strette di mani, saltai la sua mano lasciandolo per venti secondi buoni con la mano aperta ad aspettare. Come detto però, ho imparato da tutti, anche da lui: quando persone così parlano la scelta migliore è ignorarle.

 

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