I LAND

Una mattinata dedicata all’archeologia in terra vesuviana. La villa romana alla Starza della Regina.

24-11-2016 redazione instaura - andrea damiati
EVENTI INSTAURA REALIZZATI

Una mattinata dedicata all’archeologia in terra vesuviana, con la fermata di Instaura tour all’area archeologica della villa romana sita in Somma Vesuviana. Ad accoglierci la brava Santa Sannita, archeologa, di Apolline Project, associazione che si occupa della promozione e valorizzazione di alcune importanti aree archeologiche alle falde del complesso Somma - Vesuvio, fra cui la suddetta villa, nella storica località denominata Starza della Regina ed il sito archeologico di Pollena Trocchia.

Il gruppo di partecipanti è subito coinvolto nella narrazione diretta della nostra guida che, per agevolare i più piccoli al seguito, si esprime come stesse raccontando una favola, iniziando dalla vicenda eruzione del Vesuvio del 472 d.C., che ha determinato la fine e la conservazione della villa. Secondo i dati storici, si trattò di un’eruzione subpliniana, definita “di Pollena” con caratteristiche di energia sovrapponibili al 79, anche se non si possiede alcun documento iconografico in merito.

La storia della villa comincia con un rinvenimento di una porzione di muratura da parte di un contadino, il che destò le prime curiosità sulla possibilità di ritrovare importanti elementi d’antichità. La questione (siamo a fine ‘800) viene temporaneamente archiviata e sul terreno in cui avvenne il rinvenimento si edificò anche un’abitazione rurale.

Negli anni ’30 del Novecento il signor Alberto Angrisani, cittadino di Somma Vesuviana, sotto la supervisione di Matteo Della Corte, direttore degli scavi di Pompei. riapre il dibattito e si prodiga affinché venga condotta una campagna di scavo a supporto della potenziale scoperta archeologica, chiedendo fondi al regime fascista, in auge in quegli anni. Si intuì nell’immediato, da alcuni elementi e dagli studi condotti sulla suddetta area, che doveva trattarsi di un’imponente abitazione d’epoca romana.

Per le opportune verifiche si dovette, però, attendere l’anno 2002, in cui si diede inizio a lavori sistematici di scavo, grazie all’intervento dell’Università di Tokyo, con una vera e propria Missione Archeologica Multidisciplinare, coordinata diretto dal Prof. Masanori Aoyagi.

Uno scorcio dello scavo dall'alto. Foto di Laura Noviello - instaura. 

 

Visitare il cantiere di scavo archeologico è stata un’esperienza suggestiva di conoscenza. Vivere direttamente il lavoro di indagine negli anni, ha consentito a tutti noi di comprendere spazialità, lusso, decoro, sistemi tecnici di produzione e recepire l’antica anima vesuviana, la vocazione alla coltivazione della terra ed all’elaborazione dei suoi prodotti, in primis dell’uva, che cresceva dalle pendici del vulcano e da cui si ricavava un prestigioso vino. 

Il legame con l’elemento vino non può non condurre alla figura di Dioniso, dio del vino, dell'estasi e della liberazione dei sensi, metafora dell'essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire

Appena giunti nell’atrio la distribuzione degli ambienti, divisi da un doppio porticato (l’uno sicuramente postumo all’altro), la stratificazione materica, la monumentalità dell’accesso, scandita dalle decorazioni sul portale, su cui i primi, evidenti, richiami a Dioniso, lasciano presagire un’architettura di tipo “imperiale”. Ecco iniziare l’annosa questione, ipotizzata sin da principio da storici ed archeologi per diverso tempo, che la villa rinvenuta coincidesse con quella posseduta, secondo le fonti, dall’imperatore Ottaviano Augusto. A detta di Tacito, infatti, dopo essersi ammalato, Augusto concluse la sua vita nella dimora che possedeva apud Nolam, presso Nola, località alquanto vicina a Somma Vesuviana.

Interessanti i dettagli delle raffigurazioni e dei gruppi scultorei rinvenuti, allocati nuovamente (in copia) nelle nicchie. Nelle raffigurazioni sul portale molti sono gli elementi allusivi a Dioniso, gli strumenti musicali, come il flauto di pan, il cembalo, evidenti rimandi ai riti dionisiaci, la presenza del serpente, l’agapodemone (il demone buono), il delfino, legato alla figura di Dioniso; nella nicchia laterale sinistra, rispetto al portale d’accesso, è raffigurata l’uva, con un fondo blu dal pigmento molto pregiato. Interessanti le statue copiate e ricollocate nelle nicchie, una del dio Dioniso con cucciolo di pantera, l’altra della donna, con il peplo, chiaro rimando allo stile prassitelico, una peplophora, di ottima fattura, d’età augustea (altro indizio), prodotta nei Campi Flegrei.

Per quanto concerne l’architettura, Impressionante è stato trovarsi immersi in una successione continua  di spazi, regolari e meno, distribuiti su diversi livelli, secondo la morfologia territoriale a terrazzamenti, secondo un modello tipico della fascia costiera vesuviana, dedicati alla rappresentanza prima ed alla produzione, poi, secondo un’ipotizzabile cambio di destinazione d’uso.  Evidenti segni di edificazioni in diversi step temporali si legge nel porticato una sequenza pilastri binati,  in blocchi di lava in opus quadratum, contrapposta al colonnato marmoreo antistante. Davvero interessanti i meccanismi tecnologici a supporto della produzione vinicola, come un condotto canalizzatore verso grandi cisterne per il contenimento dei vini e, a lato di questo sistema, uno spazio dove sono stati rinvenuti moltissimi dolia, infissi nel piano di calpestio, ancora in situ in buono stato di conservazione. Elementi di pregio artistico sono rappresentati, senza dubbio, dalla grande abside affrescata, con scene richiamanti la vita di Dioniso. Accanto una meravigliosa camera pavimentata a mosaico, con il particolare di un calco del cesto, detto “cuofano”. Questi ultimi ambienti prevedevano anche spazi soppalcati, dove, in alto, è possibile notare alcuni segni del Cristianesimo incedente. La curiosità è che, nonostante tutto, restano ancora segni pagani, forse per una sorta di “rispetto” verso quello che, precedentemente, rappresentava Dioniso, come protettore del vino, attribuendo all’episodio un valore apotropaico.

Importante ed interessante, senza dubbio, è la presenza, In un punto dell’affresco, del monogramma di San Paolino.

Alla fine instaura tour si è concluso con la domanda di qualcuno sulla, per così dire, “questione augustea”: era davvero la villa di Augusto? Si, no, forse. Dagli studi condotti dagli archeologi si può ipotizzare che vi fosse, molto probabilmente, un nucleo architettonico sin dall’età augustea, che poi probabilmente sarà stato ricoperto dall’eruzione del ‘79 d.C. e poi, in stratificazione, sia stata costruita un’altra villa, costruita nella prima età̀ imperiale e che sopravvisse poi fino al V secolo d.C., cambiando nel tempo carattere e funzione, fino alla fatidica eruzione del 472 d.C., che la seppellì per oltre la metà della sua altezza.

Il resto lo scopriremo, forse, nelle prossime occasioni di Instaura tour che, molto presto, tornerà a rivivere la terra vesuviana.

Un grazie ad Apolline Project e ad alla brava Santa per averci condotto nella bellezza di questa villa vesuviana!

Alla prossima fermata!

 

Andrea Damiati

Instaura

 

GALLERIA FOTOGRAFICA

La parete est dell'ambiente uno, dove è stata ricollocata una copia del Dioniso rinvenuto sul pavimento.

Il portale monumentale di accesso Foto di Laura Noviello - instaura. 

L'ambienta a nord colonnato e sul retro i pilastri binati in pietra lavica in opus quadratum. Foto di Laura Noviello - instaura. 

Uno scorcio degli spazi di produzione del vino, con l'area dedicata alla raccolta nei dolia. In fondo lle due abisidi affrescare. Foto di Laura Noviello - instaura. 

Il pavimento mosaicato nell'ambiente terminale dello scavo Foto di Laura Noviello - instaura. 

L'abside affrescata, con iconografia inerente la vita di Dioniso Foto di Laura Noviello - instaura. 

Il gruppo Instaura nell'abside affrescata, raccontata da Santa Sannita. Foto di Laura Noviello - instaura. 

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