I LAND

Un'intervista a Giovanni Multari, Architetto e docente in progettazione architettonica presso il DiARC di Napoli

03-01-2017 redazione Instaura - Andrea Damiati
UN'INTERVISTA A.....

 

Giovanni Multari

Architetto, insegna progettazione architettonica presso il DiARC, Università degli Studi di Napoli, Federico II. Nel 1995, con Vincenzo Corvino fonda, a Napoli, lo studio di architettura corvino+multari.  www.corvinoemultari.com / instagram: giovanni.multari

                     

 Foto di Stefano Perrotta,

 

Cos’è per lei l’Architettura? La sua personale sensazione, emozione, in merito.

Iniziamo da una domanda molto complessa. Credo sia difficile fornire una personale definizione dell’architettura. Nella mia esperienza posso dire che l’architettura è una grande passione, che da oltre trent’anni anima ogni mio giorno. Studiarla, progettarla, costruirla ed oggi, insegnarla, mi rende sempre più consapevole della sua complessità e dei suoi molti paradigmi. Un apprendimento continuo capace di interpretare storie, luoghi, contesti, immaginando, a partire dai fondamenti della nostra disciplina, la proiezione che lo studio del progetto mette in opera, quella idea del cambiamento, che ha profonde radici, riconoscibili legami e una visione adeguata del proprio tempo.

Di cosa si occupa oggi?  Oltre ad essere docente universitario esercita anche la professione di architetto? Se si, quali sostanziali differenze (ed eventuali analogie) riscontra fra le due diverse carriere professionali?

Lavoro da più di vent’anni insieme a Vincenzo Corvino e agli architetti del nostro studio, ho sempre frequentato le università italiane, in modi differenti, fino a trovare un ruolo più stabile e continuo là dove ho affrontato i miei studi, dove ho conseguito il dottorato di ricerca, dove ho imparato ad amare l’architettura.  Credo che questa condizione abbia favorito in me una continua riflessione sull’architettura e sulla costruzione dell’architettura. Credo sia importante avere consapevolezza del fare architettura e ciò spesso coincide con l’esperienza della costruzione. È evidente che l’ampio campo disciplinare offre molti approcci all’architettura, al suo studio, al suo insegnamento, ma ritengo si possa condividere che l’architettura è un insieme di saperi, la cui messa in opera, determina conoscenza del progetto e della sua costruzione. Oggi, poter insegnare l’architettura, mi consente continue occasioni di apprendimento e di confronto, termini fondamentali nella esperienza della architettura.

Quale materia studiata all’Università l’ha affascinato di più? E perché? Corrisponde a quella che attualmente insegna o ha insegnato fin’ora?

L’intero corso di studi ha avuto un ruolo determinante per la mia formazione. Sin da subito, nel corso del primo anno di teoria e tecnica dell’architettura, corso del professore Agostino Renna, ho colto la complessità degli studi che avevo intrapreso, nonché il significato del progetto di architettura come registro principale delle materie che si studiavano.

Ricordo, in particolare, due episodi di quella esperienza. Il professore ci chiese se un architetto dovesse avere immaginazione o fantasia ed in breve compresi che era l’immaginazione la proiezione ideativa della investigazione scientifica di un architetto. E ancora, sempre nel corso del prof Renna, lo studio di casa Tugendhat, ha rappresentato il mio primo incontro con l’architettura e con un maestro. Ho sempre amato gli esami di progettazione, in particolare gli ultimi sostenuti con il Professore Alberto Izzo, mio maestro, consapevole del generale percorso formativo, e di quanto lo studio sperimentasse nel progetto l’apprendimento. Per questa ragione mi fu subito chiaro che l’insegnamento del progetto di architettura era la disciplina che mi appassionava di più e che più mi appassiona tutt’ora.  

Quale libro o film hanno “condizionato” la sua esistenza e, se vogliamo, anche il modo di fare Architettura? (questa è bella)

Francamente sono molti i libri ed i film che hanno accompagnato la mia esistenza, oramai ho superato i 50 anni. Ho amato molto alcune pellicole del neorealismo italiano che raccontavano sempre di una certa Italia, fatta di quartieri, di case, di paesaggi, di modi di abitare, di vite e di grandi passioni, temi della narrazione che, oggi, senza dubbio, fanno da sfondo alle ricerche e al lavoro sul progetto. Dai libri della mia biblioteca non prenderei un libro di architettura ma un testo che ha accompagnato gli anni della formazione universitaria. Oggi comprendo di più perché mi appassionava tanto. L’autore è Pessoa, la storia è quella di un semplice contabile, Bernardo Soares, lo svolgersi della sua vita nella Lisbona degli inizi del ‘900, è in fondo il racconto di una città, dei suoi quartieri, della luce dell’atlantico e della penombra che avvolge le giornate di Soares.

Direi che il Libro dell’Inquietudine e i celebri documentari di Michelangelo Antonioni, possono rappresentare un certo tipo di letture e un certo tipo di pellicole che ho amato. Dallo stesso scaffale oggi prenderei il romanzo di J.D. Salinger, il giovane Holden. La storia di un altro essere umano alla ricerca di se stesso che, giovanissimo e fragile, girovagando nella città di New York, descrive le aspettative dell’arrivo e il desiderio di fuga. In queste aspettative ed in quel desiderio riconosco il mio rapporto con Napoli. L’interesse per queste letture è l’interesse per l’essere umano. Recentemente ho ascoltato un 'ntervista a Paolo Sorrentino il quale diceva : “ … non sono interessato alle brave persone … sono interessato all’essere umano “.

Citando Sorrentino il pensiero va a Kubrick e al suo capolavoro Shining. Il potere della “Luccicanza” che permette di vedere nel futuro e rivedere il passato, magistralmente interpretato da Jack Nicholson attore che adoro. Forse un tema che ci riguarda ….

Non posso dire con certezza che tutto ciò ha avuto diretta influenza sul modo di lavorare al progetto di architettura ma, credo, che questi temi siano all’interno di quella complessità che il progetto costantemente indaga.

Cos’è per lei la fotografia? E’presente nella sua vita, in qualche modo?

La fotografia è sempre stata presente nella mia vita. Durante gli studi universitari, nella casa di piazza san Gaetano, il foro della antica Neapolis, un mio collega di studi mi fece scoprire la fotografia, la pellicola in bianco e nero, la carta Ilford ed una piccola camera oscura che ricavammo in casa. Fu una esperienza straordinaria fare le riprese fotografiche e poi nel rosso della camera, osservare la foto prendere forma sul foglio bianco, attraverso il bagno acido, che generava i contrasti, la luce, i soggetti e le profondità di quanto avevamo fissato e immaginato. Da qui il costante desiderio di riprendere le scene di viaggi, del mio lavoro, del semplice quotidiano, inizialmente con le diapositive, poi con il digitale. Oggi, da pochissimi mesi, su Instagram, pubblico le immagini su questo archivio universale dove scambio conoscenza, informazioni, storie. Credo che l’uso di questi nuovi paradigmi della comunicazione e della socializzazione debba essere sperimentato e conosciuto, senza però mettere da parte il valore delle relazioni vere, di una foto stampata, di un testo scritto a penna. Mi diverte infatti raccogliere foto e immagini selezionate, memorie di giorni, di lavori, di architetture e della mia vita, in book che impagino su appositi siti web e che, una volta stampati, conservo nella mia libreria in modo da non perderne la memoria.

L’architetto che stima di più oggi? Ed uno del passato? Esistono davvero gli archistar?

Parto dall’ultima domanda. Credo che il fenomeno delle archistar sia oramai esaurito e ritengo che quella esperienza abbia danneggiato fortemente l’architettura e l’architettura nel suo ancillare rapporto con la città. Pensare che un progetto possa “griffare” la città è stato un modo per far perdere all’architettura senso e adeguatezza, relegandola a puro genere commerciale. Ci sono episodi, però, direi eccezionali, penso soprattutto alla vicenda della costruzione del museo Guggenheim a Bilbao, in cui questo approccio ha prodotto positivi risultati, ma, come detto, un uso generalizzato ed indistinto di tale approccio, non ha fatto bene all’architettura ed ha omologato molti luoghi. Oggi guardiamo con grande attenzione ai nuovi bisogni, alle nuove necessità, provando a dare interpretazione e senso al progetto ed alla sua investigazione. Nella ultima biennale di Alejandro Aravena, ho colto il senso di questa importante e straordinaria riflessione, rintracciando negli architetti a cui guardo con interesse, la capacità di tradurre nel progetto di architettura e nel suo apparato disciplinare queste nuove istanze. Edoardo Souto de Moura e i fratelli Aires Mateus, in particolare rappresentano la risposta che il progetto di architettura deve dare in termini di nuova architettura ai nuovi bisogni, alle nuove necessità, senza rinunciare ai suoi caratteri di Resistenza!

In realtà però l’architettura si è fatta sempre interprete di questi bisogni e ancora oggi vede nelle fondamenta delle regole vitruviane il senso di una costruzione adeguata, disposta e collocata. Dobbiamo essere consapevoli della attualità di Marco Vitruvio Pollone e delle possibilità che i suoi studi offrono ai molti registri interpretativi contemporanei e alla struttura dei nuovi paradigmi.

Cosa suggerirebbe ad un giovane che si accinge ad iscriversi in una Facoltà d'Architettura? Vale la pena studiare una Materia così complessa?

Certamente il mio non può che essere un invito a studiare architettura. La mia esperienza racconta, credo, del valore e della importanza degli studi in architettura che preparano ad un lavoro certamente non ordinario, rivolto alla società, ai luoghi, alle città. Studiare architettura equivale a comprendere la realtà materiale e immateriale, consapevoli della storia che le città narrano, costruendo una competenza capace di interpretare i processi di trasformazione attraverso il progetto di architettura. In sintesi direi SI, vale la pena impegnare una vita a studiare architettura.

Il suo pensiero su un’ostica materia, il Restauro Architettonico. Oltre ad una mera definizione della disciplina, ci interessa sapere cosa vede intorno a sé, oggi, in relazione a concetti quali Conservazione, Recupero, Valorizzazione. Negli interventi che si realizzano oggi è completamente adempiuta questa esigenza? 

Il restauro è progetto e questa interpretazione chiaramente non lo riduce e non lo può ridurre ad azione specialistica. La personale esperienza di Restauro del Grattacielo Pirelli a Milano nonché i laboratori tenuti presso la Facoltà di Architettura, Aldo Rossi, a Cesena, che hanno avuto come tema le architetture moderne della costa romagnola, me lo hanno insegnato: conservazione, recupero e valorizzazione dell’esistente, non rappresentano delle categorie ma sono parte integrante del progetto. Tutto è progetto, nulla è ostico, tutto contribuisce alla nostra formazione. Si può avere minore attitudine per alcune materie ma, come sempre accade nella vita, proprio in questi casi, è necessario sperimentare il confronto.

Ci racconta un aneddoto riguardante il suo lavoro o i suoi studi?

Sono tanti gli aneddoti che ciascuno di noi può raccontare sulla base della propria esperienza. Qui ricorderei gli esordi del post laurea nei seminari di Castel Sant’Elmo e gli incontri con David Chipperfield e Goncalo Byrne, e la comune frequentazione con Manuel che sarebbe poi diventato Aires Mateus. Poi le recenti esperienze del Master in progettazione di eccellenza per la città storica e l’incontro in particolare con Edoardo Souto de Moura che, durante una revisione mi suggerì che “il modo migliore per insegnare l’architettura non è dare allo studente il pesce, ma la canna da pesca “. In ultimo un episodio significativo riferito al mio lavoro da architetto. Più di 10 anni fa, nel 2005, il nostro studio, corvino+multari, fu premiato con la medaglia d’oro alla architettura italiana promosso dalla Triennale per il Restauro del Grattacielo Pirelli a Milano. In quella occasione mi trovai, durante il pranzo che seguì la premiazione, di fronte al “grande architetto genovese”. Con un certo imbarazzo mescolato ad una sana emozione gli parlai. Mi colpì Il suo essere cosi immediato e diretto. Di quella giornata conservo, in via Ponti Rossi, il ricordo, in una bella e spontanea sequenza fotografica.

Cosa ne pensa del portale instaura.it?  Ha potenzialità tali da poter indurre al Recupero, Restauro e Valorizzazione dei beni sottoposti al suo Osservatorio? Cosa potremmo fare, da architetti, per dare un ulteriore contributo alla causa?

L’attivismo del portale INSTAURA.IT sulla esperienza della conoscenza e del progetto produce gli effetti di un luogo che, attraverso il web ed i canali della comunicazione, tende sempre più a rendersi riconoscibile e a produrre ragionamenti. I temi del recupero e della valorizzazione e restauro dei beni su cui la vostra indagine ed il vostro lavoro di conoscenza fa un focus, devono diventare temi di sperimentazione e confronto progettuale, promuovendo, così come già state facendo, laboratori, concorsi, workshop. Credo che una lettura ed una interpretazione modulate da un ragionamento di tipo progettuale possano dare senso a questo importante lavoro di conoscenza che fate.

Un portale che deve quindi promuovere la cultura del progetto attraverso i suoi caratteri di inclusione e confronto. Un luogo di incontro, così come è successo tra noi, che potrebbe farci fare un pezzo di strada insieme!

 

 

La ringraziamo di cuore per il tempo che CI ha dedicato!

A presto e viva l’Architettura, sempre!

Instaura team

Social Media: