I LAND

Instaura tour a Bisaccia, un condiviso sentire in un luogo meraviglioso.

13-03-2018 redazione instaura - andrea damiati
INSTAURA Tour

Una di quelle passeggiate che non dimenticheremo.

Sarà dura anche reportare con adeguate parole. Tradurre un sentire in parole mai come questa volta è ardua impresa. Bisaccia, un piccolo paese, una città antica, un borgo storico, di stampo medievale, arroccato, isolato, meraviglioso. Danneggiato dal sisma dell’Irpinia del 1980,

 

Non a caso è il paese di Franco Arminio, una persona che col proprio sentire ha vinto e vince tanta battaglie per la difesa dei piccoli paesi, del paesaggio, dei luoghi che vive e che viviamo. Uomo di grande sensibilità e semplicità, essenzialità. Non c’era, ma c’era. E a telefono con lui per pochi istanti è stato un momento di vera emozione. La stessa che ci hanno dato Lucia Arminio, Alfio, Pietro, Lucie che ci ha indotto e condotto in questa fermata di Instaura tour a Bisaccia. Momenti di conoscenza e di propositività.

Il clima. Pioggia e nubi, senza una visuale aperta sul Gargano, sulle Puglie, sulla storia. Bisaccia era circondata dal nulla, identificata e cerchiata. Solo lei.

Subito iniziamo instaura tour da quella che un tempo era una piazza circondata da molti edifici, antistante il convento, di alcuni dei quali non resta che un fronte scenico verso il paesaggio circostante.

La storia di questa località è inevitabilmente legata al devastante sisma dell’Irpinia del 1980, che condizionò, anche se non direttamente il paese di Bisaccia, l’andamento di un modo di vivere e pensare all’architettura, al paesaggio, al territorio. Opere di consolidamento e costipamento meccanico del terreno furono iniziate, soprattutto nelle parti più scoscese, sacrificando alcune abitazioni che circondavano l’area arroccata del borgo, liberando ampi spazi vuoti – belvedere sull’intero skyline verso le Puglie.

Molti episodi che sicuramente hanno destato la nostra attenzione riguardano l’abbandono di opere in cemento armato, iniziate e mai completate, che restituiscono un’immagine particolare del luogo, anche da un punto di vista fotografico. Stridente contrasto emotivo. Di grandissimo interesse e sapientemente raccontati dalla brava Lucia Arminio, docente di storia dell’arte, i portali lavorati in pietra, che connotano l’identità artigiana di un luogo, dove gli scalpellini esercitavano il loro mestiere, imbellettando ingressi di abitazioni, ma anche sporti di finestre, cornici e marcapiani. Un aspetto molto interessante, afferente alla ricerca del bello, attraverso il decoro dei dettagli. Molto interessante anche una scala, nel bel mezzo della piazza principale che, tempo fa, fu salvata come elemento di storicità, dalla furia distruttrice degli anni post ’80, da un gruppo di persone del paese che, capeggiati da Franco Arminio, si sono sempre battuti per la salvaguardia dei propri luoghi, agitando le acque e combattendo il quotidiano “scoraggiatore militante”.

La passeggiata al centro storico è culminata al Castello ducale di Bisaccia, edificato dai Longobardi nell’VIII secolo e ricostruito in età federiciana, nel XIII secolo, opera che, qualche anno fa, fu recuperata e restaurata, destinandone i suoi spazi ad eventi di varia natura, culturale o meno. Anche una piacevole mostra fotografica ha contorniato il nostro arrivo negli spazi storici del maniero, che dall’altro del suo loggiato, sovrasta il centro storico di un paese bello, nonostante la necessità di intervenire su interi brani di esso, rispetto alla manipolazioni cementizie. Restano, infatti, ancora intatte, delle abitazioni storiche di raro pregio con elementi di valore quali portali, scale interne alle corti, balconi ed elementi in pietra di cui prima parlavamo.

Subito dopo aver vissuto il centro storico ci siamo cimentati in un’altra meravigliosa storia, di bellezza, abbandono, scoramento ma anche gioia per un’eventuale possibilità di rivivere quel luogo. Una cittadella rurale, un borgo, il complesso della Masseria Di Sabato, collante fra le due città, la Bisaccia “vecchia”, arroccata, autentica ed un po’ manipolata, e la città nuova, il famoso Piano, redatto dall’architetto bisaccese Aldo Loris Rossi, che trovò fortuna e fama a Napoli, con i suoi progetti irriverenti ,frutto di grandi e complessi studi, portati avanti con saggezza anche fra le pareti della facoltà di Architettura, dove ha insegnato per molti anni. Alla Masseria Di Sabato conosciamo Pietro ed un suo amico, i quali ci raccontano la storia di un luogo vivo, dove fra agricoltura ed allevamento si produceva il guadagno giornaliero per vivere. Il rammarico negli occhi delle due persone che ci hanno accompagnato era palese nelle loro parole, legate al tempo che fu: a detta loro quel luogo aveva perso forza e vigore dopo l’edificazione della nuova città e della strada di connessione fra le due parti che, letteralmente, trancia l’architettura di un complesso rurale di notevole interesse, i cui elementi costitutivi, tipologici e morfologici, sono quelli tipici dell’architettura rurale del sud Italia, una grande corte, di lavoro comunitario, spazi di lavoro ai pian terreni, abitazioni ai piani superiori, con scala esterna di connessione e la nota torre colombaia, elemento che accomuna molte masserie del sud Italia.

Dopo la pausa pranzo l’appuntamento con la città nuova, con il “Piano” di Aldo Loris Rossi, ha segnato un pomeriggio di stupore e meraviglia, immersi nell’architettura. E’ stato bello ed importante capire le origini di un progetto, la centralità di un luogo pubblico lungo cui si diramano i quartieri, una città pensata per avere funzionalità, senza dimenticare, a nostro avviso, l’identità di un luogo. L’uso, a detta di molti spropositato, del cemento, che era comunque materiale innovativo dell’epoca in cui fu realizzata l’opera, non ha in alcun modo stravolto un concept che è prettamente bisaccese, di case basse, su due livelli, come nel centro storico, la cui composizione morfologica, prevede in facciata lo schema porta – finestra, con l’elemento circolare aggettante sul prospetto che celava il camino al suo interno.

Interessante è stato scoprire, grazie all’apporto della ricerca di Lucie Boissenin, come lo studio del metodo progettuale di Aldo Loris Rossi sia qualcosa che è trasposto dalla scala urbana a quella architettonica e viceversa. Dalla città all’edificio, il suo metodo prevede la centralità, legata ai supporti strutturali, spesso di forma cilindrica, i pilastri nell’edificio, gli “elementi” pubblici nella città, intorno ai quali si snoda tutta l’architettura residenziale. Altre riflessioni all’interno delle strutture pubbliche che abbiamo visitato, come ad esempio la chiesa (la cosiddetta astronave) che, con la pianta centrale circolare, esprime il massimo di una sacralità legata alla comunità unita in preghiera nello spazio religioso.  I pilastri, elementi portanti, circolari, come nel centro polifunzionale sono spesso cavi, contenitori di elementi tecnici, impianti e condotti, delle circolazioni verticali, delle reti tecniche.

Il suo modo di fare architettura si completa e realizza poi per aggregazione di elementi che si compenetrano con forma diverse, quadrato, triangolo, che, senza una logica precisa, formano volumi di consistenza materica. Nel progettare la città egli ha tenuto conto inoltre di un altro aspetto fondamentale, il rapporto con il paesaggio naturale circostante, legato soprattutto alla sua fruizione visiva, rispetto alle altezze delle architettura realizzate. Il piano infatti, prevede un digradare, quasi naturale delle abitazioni man mano che il territorio si svela dall’alto verso la valle sottostante.  A noi, da architetti, sicuramente è interessato l’approccio metodologico di Aldo Loris Rossi nei riguardi dell’interpretazione della città, il suo linguaggio d’architettura, sinuoso, ma preciso, netto, antitetico rispetto al movimento moderno,  soprattutto nei riguardi di quella tendenza alla standardizzazione, all’uniformazione, al razionalismo.

La sua idea, forte, è palesemente quella di mostrare tutte le possibilità offerte dalla costruzione, dall’utilizzo di nuovi materiali e dall’immaginazione in particolare,  proponendo un’architettura diversa volta a stimolare la creatività. Partendo dal presupposto che gli uomini saranno sempre più creativi, più ingegnosi e capaci anche di essere protagonisti del loro futuro solo se frequentano delle architetture che hanno particolari caratteristiche, non standardizzate, capaci di sorprendere e, nel contempo, interrogare. La sua architettura è come un « serbatoio dell’immaginario collettivo » (cit.).

La conclusione del report la dedico a Lucie Boissenin, una persona che, dalla Francia, è venuta in Italia per un dottorato di ricerca afferente alla sua università di Grenoble e la sua audace scelta l’ha spinta a vivere dei luoghi dalla forte identità e nel contempo, dalla forte necessità relazionale con il mondo circostante, in quanto, da piccoli paesi, sono vittima quotidiano dello spopolamento, dell’abbandono e dell’incuria, dovuta anche e soprattutto alla mancanza di possibilità, correlate alla mancanza di connessione con luoghi vividi e di fermento culturale. I piccoli paesi, si, quelli che necessitano durante l’anno della presenza di tante Lucie per capire che, seppure “piccoli” sono luoghi di straordinaria bellezza e di tante, essenziali, possibilità.

Grazie Lucie per questa bella passeggiata al tuo paese e per tutto quello che hai generato con la tua presenza qua!

Alla prossima fermata!

Andrea Damiati

Instaura 

 

GALLERIA FOTOGRAFICA

 

centro storico di Bisaccia, fronte sul paesaggio e scorci dei vicoli

Masseria di Sabato_foto Stefano Perrotta

Masseria di Sabato_foto Stefano Perrotta

centro storico di Bisaccia

il gruppo nella Masseria di Sabato

il Piano di Aldo Loris Rossi, Bisaccia nuova. Foto Stefano Perrotta.

il Piano di Aldo Loris Rossi, Bisaccia nuova, la chiesa.

Abitazione progettata da Aldo Loris Rossi architetto

Il centro polifunzionale di Aldo Loris Rossi. Bisaccia Nuova, foto di Stefano Perrotta

La chiesa di Bisaccia nuova, opera di Aldo Loris Rossi

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