I LAND

Storia di una scoperta, lungo le rive dell’Adda

27-11-2013 Andrea Damiati
racconti d'architettura

Quando viaggiare è scoprire per caso, risulta ancora più armonioso ed efficace l’obiettivo conseguito, sembra quasi completarlo, arricchirlo di un tono arguto, brioso, capace di spiazzare.

Mi sono imbattuto in un viaggio-concept di una definizione molto frequente- cioè per “motivi di lavoro”, spingendomi oltre il confine della mia regione, all’individuazione di altre realtà ed opportunità. E cosa capita? Che quelle motivazioni impegnative si trasformino, d’un tratto, in “motivi di scoperta”, occasione per  visitare luoghi nuovi, architetture, paesaggi, incontrare persone e intercettare “sensazioni”.Il viaggio diventa utile e stimolante anche in tal senso. Un salto a Milano, nella city aziendale per eccellenza, con alloggio temporaneo nel bergamasco ha consentito tutto ciò, imbattendomi in una località chiamata Sotto il Monte Giovanni XIII, fra l’altro paese natio di papa Giovanni XIII, mentre altri amici-colleghi di lavoro alloggiavano a Medolago.

Insomma c’eravamo tutti stanziati e sparpagliati un po’ in parte della provincia bergamasca.Variegata e molto interessante. Naturale e soprattutto artificiale, perché culla di una civiltà industriale che, a cavallo della rivoluzione del XVIII secolo, vide i natali di grandi industrie, che si avvalevano proprio delle potenzialità delle rive dell’Adda. Mulini, ruote idrauliche, canali di deviazione, opifici mossi dal fluire delle acque, cartiere, come quella a Vaprio, definita nel 1700 la “folla da carta”, sono alcuni esempi di una storia che oggi riusciamo ancora a percepire. Molto frequenti anche le filande, che sfruttavano la coltivazione del baco da seta, attività inizialmente integrativa nell’economia delle famiglie contadine, poi diventata sostitutiva quando entrò in crisi il sistema di lavoro nei campo. A testimoniare la capillare diffusione delle filande alcune ancora “in vita” in Lombardia come la filanda Abegg a Garlate (1841), oggi Museo della seta, la filanda Molinazzo a Brivio (1776), il filatoio Toffo e tanti altri esempi, come il mulino seicentesco di Abbadia Lariana, il setificio Monti, insomma tutta una serie di opere, emblemi di archeologia industriale. Sincero, non sono riuscito poi a visitare tutti questi luoghi, ho dovuto bypassare la mia diretta sensazione, ascoltando le parole di una donna, colei che mi ha ospitato nel suo B&b, facendomi vivere quei luoghi, sulle onde delle parole fluttuanti che pronunciava.

Sguardo intenso, cuore pulsante, narrava della bellezza della sua amata provincia di Bergamo, oltre che della sua vastità territoriale. Un rispetto, una sensibilità, una voglia di rivivere il passato e trascinarlo con forza nel presente, tenerlo al centro di una civiltà, umile, silente, ma forse proprio per quest’ultimo motivo, molto più affascinante di quelle che vantano il proprio ego, il proprio patrimonio, talvolta piccolo o non del tutto impregnato di quel valore che le campagne pubblicitarie contribuiscono ad allargare, ad amplificare, ad “ingrassare”.

Mi ha parlato dell’ Adda, dunque, che poi ho attraversato su un famoso ponte, dirigendomi a Milano: il fiume è stato per secoli il deus ex machina, o meglio la risorsa a cui poi allegare una ”macchina”, la mano ingegnosa dell’uomo: retorico ricordare, un personaggio chiave della storia di tutti i tempi, un tale Leonardo da Vinci, che condusse studi ed esperimenti lungo la riva dell’Adda, scrivendo il trattato “Delle Acque”, dipingendo paesaggi, concependo e progettando migliorie tecnologiche e aggiornamenti per le chiuse idrauliche (che furono poi rinominate “conche vinciane”). A lui anche il progetto del naviglio di Paderno, per collegare il lago di Como alla città di Milano. Insomma lui, un po’ tutto. Positivamente disquisendo.

L’importanza dell’Adda è correlata anche e soprattutto a ciò ha consentito per lo sviluppo industriale: una fitta rete di canali artificiali, fin dall’epoca romana, irrigava la piana milanese, consentendo all’acqua di fornire energia per mulini, filande, filatoi, cartiere, fucine.

L’industria idroelettrica, non a caso, si è avviata verso la fine dell’800 con la costruzione di centrali per la produzione dell’energia ed il funzionamento degli opifici a cui erano collegate: le maggiori centrali sono la “Bertini” del 1898, la “Taccani” del 1906, la “Esterle” del 1914, la “Semenza”, del 1917; gli altri due emblemi, per eccellenza, di archeologia industriale, sono il ponte di Paderno, ardita opera ingegneristica, e il villaggio Crespi, una vera e propria company town, patrimonio dell’Unesco dal 1995, che meriterebbe una descrizione a parte per quello che rappresenta, ancora oggi.Tutte queste opere si rivelano ai nostri occhi come monumenti architettonici, per particolarità, elementi rappresentativi e storicità, sono delle vere e proprie “cattedrali dell’energia”, testimonianze reali di uno sviluppo economico, sociale e culturale del territorio.

Da ammirare, da studiare, da rispettare, preservare e valorizzare.

Viva l’archeologia industriale.

                                                                                                                                                            

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