I LAND

Ombre di luce

06-12-2013 Stefano Lento

Non esistono realtà con un solo volto. Il vissuto cambia le percezioni in maniera soggettiva, di continuo. Non  c’è modo per conoscere un posto se non vivendolo. Nonostante tutto, ci capita spesso di essere estranei nella nostra terra. Capita questa ci interroghi. Ci colga impreparati. Quante volte ci ritroviamo a scoprire una strada fino ad allora rimasta ignota? Quante volte abbiamo solo la sensazione di non esserci mai passati persi in un inganno della memoria? Si. Perché una sensazione non ha una sola identità, può variare, essere suscettibile, diversa di giorno e di notte. Al mattino tutto il mondo si muove intorno. I colori hanno sfumature. I volti assumono contorni chiari. Di notte, tutto cambia o semplicemente viene assorbito in maniera diversa dai nostri sensi. Il fracasso del mattino si attutisce. Le immagini non bombardano la nostra vista. Diventano discrete, lasciano spazio all’attenzione. Anche incrociarsi diventa una esperienza diversa. Ci annunciamo in lontananza con passi che sembrano più pesanti. Gli sguardi si nascondono sotto l’ombra delle palpebre. Le ombre si sfiorano seppure i corpi sono distanti. Tutto appare solitario, mistico. Quasi esoterico.

Ci sono posti che sembrano nati per celebrare questo indefinito. Posti senza equilibrio. Posti dove il pagano si mescola al sacro in un tacito assenzio.  Tra questi Napoli.

Città millenaria. Eterogenea e priva di una sola identità. E’ la traccia dei secoli, delle dominazioni del passato. Tutte hanno lasciato la loro impronta. Nessuna identità ha prevalso in un luogo che non vuole padroni. Rivoltoso. Anarchico. E’ il posto delle contraddizioni.  Non è solo terra. Non è solo acqua. E’ entrambe. Non è il piscio senza pudore dei quartieri popolari. Non è la poesia che tante penne ha incantato. E’ un polipo dalle mille braccia. E’ una donna violenta e violentata.  Nuda, si mostra. Sarebbe un inganno raccontarla solo per ciò che appare. Un errore perdersi in analisi di specie. Bisogna entrarle dentro. Si, il suo essere verticale lo manifesta nelle proprie viscere. C’è la città di sopra e quella di sotto. Il visibile mostra agli occhi una realtà che si è arrampicata verticalmente, verso il cielo, non per innalzarsi al divino ma per necessità. Il sovraffollamento ha reso necessario uno sviluppo altimetrico dei palazzi nei quartieri poveri. La speculazione si è tradotta in palazzi di vetro al centro direzionale; solo totem, apolidi e privi di appartenenza. E’ un popolo che non può prescindere dalle sue radici, quelle che come una pianta custodisce nel proprio sottosuolo. Milioni di metri cubi sotto i piedi della città sembrano vivere autonomamente. Sono state gallerie di tufo scavate per regnanti in fuga. Sono state bacino d’estrazione. Sono state rifugi che ospitavano la gente in fuga durante i bombardamenti bellici. Opere di ingegneria necessaria che oggi hanno lasciato spazio al silenzio. Sono diventati i luoghi della memoria. Necropoli di un tempo nemmeno tanto recente.

La gente ancora oggi spende il proprio culto in questi luoghi di mezzo. E’ un mistico interrogare i propri antenati. La strada per farlo è al Cavone, una discesa nascosta, tra il nucleo storico e le colline di Capodimente. Non la incontri per caso. La cerchi. Volontariamente. Ti cali in preda ad una urgenza di fede. Pensi ci sia la quiete ad accoglierti. Ma il popolo è irrispettoso, non riesce ha tacciare la propria irruenza. E’ nel chiasso che riesce ad esorcizzare la paura della fine. Arrivi stordito dietro quella porta. Dietro le capuzzelle. Sei al cimitero delle fontanelle.

Le fontanelle sono il centro, la fonte del cranio, quella attorno alla quale una capuzzella diventa capa, un cranio adulto. E’ in questo posto di anime senza nome che vedove e orfani di guerra sono venuti a pregare. Hanno adottato una qualunque di queste anime finite per riversare il dolore di una assenza. Poco importava se quelle reliquie sono figlie di un’altra tragedia. Sono ammassi di esistenze finite durante le epidemie. Messe a riposo in tutta fretta per evitare che embrioni malati potessero contagiare la parte sana della popolazione. Regna un senso di irrisolto quando entri tra queste vite spezzate. Come Orfeo ti volti, saluti la luce e prosegui il tuo cammino verso l’ignoto.

Odore di cera disciolta inonda le narici. Cammini che sulla testa piccoli lucernari bucano il soffitto. La galleria ha una sezione trapezoidale. La luce non penetra dal centro. Sembra scorrere sulle pareti. Si infrange sui crani ammassati. E’ luce che non illumina. E’ luce che non da spessore alle cose. Si insinua con invadenza, per penetrare cavità celate. Il dinamismo di chi si insinua trova resistenza in quelle vite perse che reclamano quiete. Una lotta. Un frastuono che sembra penetrare l’udito. Fino ad esplodere.

                                                                                                                                                                  

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