Dettaglio Struttura

Rocca di San Leo

DATA REGISTRAZIONE:  24-10-2014
AREE MONTANE

Questo borgo medievale, ricco d'arte e di storia, diventato famoso sopratutto per la sua rocca, ha conservato il suo aspetto originario, che gli conferisce un fascino tutto particolare, grazie alla saggezza dei suoi abitanti ma anche alla particolare conformazione del terreno che ha scoraggiato la speculazione edilizia selvaggia.
La storia di San Leo si perde nella notte dei tempi. La conformazione della roccia sulla quale è costruito ne fa una fortezza naturale e, come tale, fu utilizzato, già nel III secolo, dai romani che vi impiantarono un caposaldo ed eressero templi dedicati ai loro Dei. Le colonne e i capitelli di tali templi li ritroviamo ora reimpiegati nella Pieve preromanica e nel Duomo romanico - lombardo.
Conteso da tutti i popoli e i signori che governarono questa parte di Romagna, dai Goti ai Bizantini, dai Longobardi ai Franchi, dai Malatesta ai duchi di Urbino e Montefeltro, dai Medici allo stato della Chiesa, ebbe l'onore, per un breve periodo, di essere virtualmente capitale d'Italia quando Berengario II, sovrano del Regno Italico Longobardo, sconfitto a Pavia nel 961 da Ottone I di Sassonia, cercò riparo in quella che riteneva fosse una rocca imprendibile. Non fu così e, dopo un lungo assedio, Berengario fu arrestato e imprigionato e la rocca fu riconsegnata alla Chiesa alla quale l'avevano donata i Carolingi.
Denominato inizialmente Montefeltro il borgo acquisì, dopo il 1000, il nome di San Leo in onore del Santo Leone che aveva evangelizzato e convertito al cristianesimo le popolazioni qui residenti.
San Leone o San Leo era uno scalpellino dalmate giunto in Italia, assieme a San Marino, per sfuggire ad una persecuzione dei cristiani operata nella sua terra di origine ed anche perché chiamato a Rimini dove contribuì alla realizzazione delle mura della città.
I due Santi poi si separarono e San Leone, fra il III e IV secolo, si ritirò sul monte assieme ad una piccola comunità di fedeli e qui, secondo la tradizione, impiegando la sua abilità di scalpellino, realizzò il primo sacello che, successivamente ampliato, divenne la pieve pre romanica intitolata a Santa Maria Assunta.
Si accede al borgo attraverso una porta fortificata, dalla quale si diparte una strada lastricata, così come lastricate sono tutte le strade del borgo.
Come in tutte le città medievali l'ordine non è geometrico ma funzionale, non ci sono strade parallele o perpendicolari fra loro, tutto converge verso la piazza, centro vitale della vita e dei commerci, la simmetria non è ricercata ma anzi negata in quanto considerata simbolo di morte.
Sulla parte più alta dello sperone roccioso, separato dal borgo per motivi strategici, sorge il forte, rigidamente ancorato al terreno, prosecuzione ideale delle rocce sulle quali è costruito e con le quali forma un tutt'uno. Tale costruzione, simbolo stesso della città, si è sviluppata gradualmente, nel corso dei secoli, partendo dalla rocca nella quale riparò Berengario, ampiamente modificata e consolidata dai Malatesta che l’avevano conquistata strappandola ai Montefeltro e che l’avevano munita di solidi torrioni quadrati. La rocca fu definitivamente ristrutturata, nel 1479, da un maestro dell'architettura militare, l'architetto senese Francesco di Giorgio Martini.
Quest'ultimo intervento fu voluto da Federico da Montefeltro, uno dei più grandi capitani di ventura del Rinascimento, grande mecenate che fece di Urbino una “città a forma di palazzo” chiamando alla sua corte, oltre ad insigni letterati, l'architetto Laurana che realizzò il palazzo, Piero della Francesca ed altri artisti.
Francesco di Giorgio Martini fu sicuramente all'altezza del compito affidatogli. Modificò radicalmente l'impianto precedente adeguando la rocca alle nuove strategie militari imposte dall'affermarsi delle armi da fuoco e dei cannoni. Trasformò la rocca in un forte inespugnabile, proteggendo con possenti torrioni cilindrici e forti bastioni la parte che non era protetta dallo strapiombo naturale e lo fece interpretando quelle severe strutture militari con la sensibilità estetica e l’eleganza che ha sempre caratterizzato l'arte senese.
Si può ben capire perché tanti turisti vengano ad ammirare quest'opera con lo stesso spirito con cui si ammira un'opera d'arte di straordinario valore, perfettamente integrata nell'ambiente col quale si raccorda formando un tutt'uno armonico.
Dopo alterne vicende, con l'esaurirsi della dinastia dei Montefeltro ed una serie di lotte e di battaglie che insanguinarono il territorio e che videro prima i Medici e poi la Repubblica fiorentina dominare sul territorio, San Leo, nel 1631, rientrò nello stato della Chiesa perdendo la funzione di roccaforte e trasformandosi miseramente, come altre rocche romagnole, in un carcere di massima sicurezza, luogo di triste soggiorno per il conte di Cagliostro e di carbonari e liberali romani che avversavano il potere temporale del Papa.
E così la città che aveva ospitato Dante Alighieri e San Francesco (che vicino a San Leo aveva fondato il convento di Sant’Igne), dovette rassegnarsi ad ospitare galeotti fino all'avvento dell'unità d'Italia.
Umberto Giordano

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