Dettaglio Struttura

Castello del Parco

DATA REGISTRAZIONE:  04-07-2015
AREE MONTANE

PARTE 1. ORIGINE: NORMANNI-SVEVI-ANGIOINI

Quando nacque il Castello del parco non si sa precisamente a causa dell’esiguità di testimonianze archeologiche ascrivibili prima del XII secolo. Tuttavia esso è menzionato nel codex diplomaticus cavensis già nel 984. Lo schema costruttivo della fortezza nocerina è di derivazione bizantina, ma adottato anche dai longobardi, ha forma triangolare con un vertice arroccato e due bracci che scendono lungo la collina, così l’ insediamento era protetto da diversi circuiti murari che dal vertice alla valle munivano la collina. A valle il circuito murario principale era parallelo al fiume Saltera (Solofrana) in modo da proteggere ulteriormente il Castello e l’abitato. In effetti nelle cronache di Urbano VI si narra che quando gli angioini tentarono di distruggere la porta principale e il fossato, la piscinam che lo precedeva, non vi riuscirono. Quindi il fiume scorreva intorno alla collina cosi da offrire una difesa naturale al castello oltre che una fonte di approvvigionamento idrico. Lungo le altre cortine difensive si notano ancora oggi delle grandi cisterne, che servivano ad immagazzinare acqua, poiché sulla collina non ci sono sorgenti (non è nemmeno escluso che l’acqua potesse essere trasportata dal fiume sul maniero grazie a dei muli) per cui dovevano servire a tutte le attività artigianali svolte all’interno delle mura. Che c’era vita all’interno delle mura è attestato anche dalla presenza di platee (sentieri principali) e case fabrite oltre che dai resti di alcune chiese, come l’ ecclesiam S. Margherita (1143) e altre non più esistenti ma menzionate dalle fonti (S. Leone de castro, S. Martino de castro, S. Salvatore de castro ecc).

Le fasi più antiche sono state riconosciute presso il donjon ovvero la torre che si fonda su una fabbrica d’ impianto normanno. Anche il donjon è una cisterna oltre che una torre militare, lo dimostrano le aperture sul soffitto all’interno della struttura. La risistemazione della torre si deve probabilmente ai due assedi di Ruggero II (1132-1134) quindi quando a nuceria i normanni assediarono il Castello, spinto da una faida familiare, perché voleva essere proclamato re, con Rainulfo e Roberto II, fa una guerra contro questi che lo avevano tradito e quindi giunse anche al Castello (Roberto II era a capo della contea nocerina, figlio di Giordano II). In realtà nocera è in mano normanna già a partire dall’anno 1086 con Giordano principe di Capua e i suoi figli (prima Riccardo II e poi Giordano II), la cui unica testimonianza sono gli affreschi sotto la torre (vedi scheda di approfondimento1). Dopo sessant’anni di tranquillità (1195) il castello subisce il III assedio da Enrico VI hohenstaufen poiché nocera e salerno appoggiavano alla successione del Regno di sicilia il normanno Tancredi. Con Federico II di Svevia si apre per il castello una nuova era, prima lo affidò ad Ottone di Barchister e successivamente ad una famiglia a lui molto legata: i Filangieri. Riccardo Filangieri aveva combattuto per lui in Terrasanta, maresciallo imperiale e supremo comandante in guerra, ebbe in feudo nocera. A testimonianza di questo periodo svevo c’è la torre a forma pentagonale, tipica dell’età, ma le aperture (finestre) a sesto acuto sono indicative di quando questi perse la sua funzione di cisterna in epoca post angioina. La torre mastio non era isolata ma collegata agli ambienti signorili più a nord come dimostra un frammento di muro ammorsato così da connettersi con i nuovi ambienti angioini (risalirebbe alla fase angioina questo assetto). La dominazione sveva termina con la battaglia di Benevento nel 1266 ovvero quando questi con Manfredi capitolano sotto agli angioini di Carlo I. La moglie dell’ultimo sovrano svevo, Elena degli Angeli, fu fatta prigioniera al Castello dove qui visse con la moglie del sovrano angioino Beatrice di Provenza. Quest’ultima morì qualche anno dopo di parto. Come già accennato fu in epoca angioina che il castello assunse una veste residenziale. Tra la fine del XIII e l’inizio del XIV il settore nord fu destinato ad ospitare un complesso edilizio che fosse all’altezza dei sovrani, è la cosiddetta sala del concistoro o dei giganti attorno alla quale si aprono altri ambienti. Sul muro tre bifore a sesto acuto di un secondo piano. All’interno sono presenti 5 camini di cui le stanze erano dotate indicando residenze di personaggi di alto rango, gli unici ai quali poteva essere destinato un riscaldamento diretto. In questi anni vi crebbe e poi lo possedette Carlo Martello, amico di Dante e vi nacque, probabilmente, ma sicuramente vi crebbe san Ludovico d'Angiò. Ogni qualvolta la moglie del sovrano angioino, Clemenza D'Asburgo, figlia del re d’Austria, si recava al Castello portava a Nuceria la sua corte, testimonianza di ciò abbiamo motivi tirolesi legati appunto al passaggio di Clemenza e della sua corte all’interno del Monastero di Sant’Anna. Quando il sovrano morì di peste nel 1295 il castello sarebbe dovuto andare a sua moglie, ma anch’ella morì poco dopo. La Corona del regno spettava per successione a Ludovico D'Angiò, il quale però dopo il diaconato rinunciò al trono in favore del fratello Roberto. Nel 1316 il figlio, Carlo duca di Calabria, ebbe la totale investitura di Nocera e la moglie Caterina d’Austria ricevette in dote il feudo nocerino, che alla sua morte passò alla seconda moglie di Carlo, Maria Valois. Morto Carlo nel 1328 e Roberto nel 1343 il Castello passò a Giovanna I divenuta regina a 18 anni. Prima e dopo l’assassinio del marito Andrea d’Ungheria, ella favoriva il cugino Ludovico di Taranto. La regina però cedette il castello con la città al suo amante, il fiorentino Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco (il siniscalco aveva compiti amministrativi, giudiziari e fiscali, una sorta di amministratore dei beni della corona) che vi ospitò nel 1362 Giovanni Boccaccio (come ci dice lui stesso nella epistola 2).

Il fratello del defunto sovrano Andrea, Luigi scende in Italia nel 1347 per rivendicare la successione al trono, ne consegue una battaglia con Ludovico di Taranto il quale mantenne un esercito al Castello che fu così assediato ed espugnato dagli Ungari. La stessa regina fu fatta prigioniera nel maniero fino al 1382. Qui Boccaccio erroneamente crede che la regina morì. Nella realtà la regina fu trasferita nel castello di Muro Lucano dove perse la vita il 12 maggio di quello stesso anno. Dopo la sua morte, iniziò una guerra per la successione al regno che coinvolse anche il castello. Nel 1378 avviene lo scisma d’occidente, nonché lo scontro fra papi e antipapi per il controllo del soglio pontificio. Mentre i cardinali erano convinti di avere scelto un uomo della loro parte, che avrebbe garantito le loro prerogative, Bartolomeo Prignano, Urbano VI, mostrò invece comportamenti scomodi quanto inusuali per un Papa. Urbano VI si rifiutò categoricamente di concedere privilegi di varia natura ai suoi cardinali Inoltre il papa li obbligò a stabilirsi a Roma e a finanziare di tasca propria la ristrutturazione delle principali basiliche della capitale. Il pontefice si rivelò perciò assai diverso da come i porporati se l'erano immaginato al momento dell'elezione. Per reazione, la quasi totalità dei cardinali elessero un nuovo papa Clemente VII. Carlo III Durazzo in un primo momento ricevette l’investitura dal papa Urbano VI a re del Regno delle due Sicilie, alleanza consolidata dal matrimonio del nipote del papa, Francesco Prignano, con una parente di Carlo III. In seguito, tuttavia, i rapporti tra papa e re si incrinarono poiché il re sembrava intenzionato a non voler mantenere fede alla promessa di concedere i feudi stabiliti a Francesco Prignano. Carlo resistette alle pretese del papa e Urbano si rifugiò a Nocera nel castello del Parco. Mentre era assediato furono i suoi stessi cardinali che pensarono di deporlo. Il giurista Bartolino da Piacenza, che era con loro, affermò che era giusto porre sotto la tutela di uno o più cardinali un papa capriccioso e ostinato che metteva in pericolo la Chiesa Universale. I cardinali passarono all'azione: avrebbero attirato il papa nel convento di San Francesco, ai piedi della collina sulla quale sorgeva il castello. Qui l'avrebbero processato, dichiarato eretico e condannato al rogo, eseguendo immediatamente la sentenza. Fu scelto il giorno 13 gennaio 1385, ma il papa fu avvertito dal cardinale Tommaso Orsini e quando i congiurati giunsero al castello, furono arrestati, interrogati (usando anche la tortura) e quindi deposti. Il papa affacciandosi quotidianamente alle finestre del castello, lanciava scomuniche sugli assedianti e invitava i buoni cristiani nocerini a combattere per lui e per la chiesa. Alla fine però le truppe di Carlo III di Durazzo riuscirono a superare la prima e la seconda cerchia di mura della collina e a penetrare nella rocca, dove solo il nucleo centrale della fortificazione resisteva ancora. Quando ormai era chiusa ogni via di scampo, sopraggiunsero in aiuto le truppe del conte di Nola (Ramondello Orsini) in aiuto del papa che ruppero l’assedio e portarono in salvo Urbano con tutta la corte.

Parte 2. DAGLI ARAGONESI AI FIENGA

Con il passaggio alla dinastia aragonese la città di Nocera perse l'importanza di cui aveva goduto sotto gli angioini e la struttura del castello andò lentamente in disuso.

Nel ‘521, Nuceria fu acquista da Tiberio Carafa, per 50.000 ducati, e la dinastia da lui fondata la tenne sino al 1648.

Il duca di Nocera trasformò parte della collina in un grande parco per la caccia ai cervi ed utilizzava il castello come residenza ducale, come i suoi eredi fino alla costruzione del fastoso palazzo ducale ai piedi della collina, dove è oggi l’ex caserma Tofano, da parte di Ferdinando I Carafa. Dopo i Carafa (1648), la città tornò nel Regio Demanio e il castello gradualmente abbandonato andò decadendo.

Furono secoli assai difficili e funestati da guerre, pestilenze, eruzioni vesuviane, terremoti, alluvioni, a cui però gli abitanti seppero sempre reagire con grande vitalità.

Domenico de Guidobaldi, studioso di storia antica, barone di S. Egidio, acquistò il Castello negli anni quaranta dell’ottocento e col fratello Francesco ne fece la base per le sue ricerche in campania ed in italia meridionale. Cosa certa è che allungarono le mura verso la città spianando una parte costruendovi il palazzo residenziale oggi esistente. Nel lato dov’era eretta una seconda torre ottagonale della prima metà del duecento, costruirono una cappella gentilizia, voluta espressamente da Francesco. L’attuale sottopasso che accede al castello e la strada che da piedimonte giunge alla sommità della collina furono sempre opera loro.

Passò poi ai Fienga, che nel 1890 già possedevano migliaia di moggi nel bosco del castello del parco e in alcuni atti fiscali chiamavano il maniero masseria. Demolirono il lato sud per realizzare il Palazzo che si vede oggi. Attualmente è di proprietà del Comune che ne ha ceduto in comodato una parte alla Provincia.

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