Dettaglio Struttura

Complesso ecclesiastico di Sana Maria del pozzo, chiesa, convento e campanile

DATA REGISTRAZIONE:  13-12-2016
CONTESTI RURALI

 

La chiesa di Santa Maria del Pozzo, inserita in un complesso monumentale di grande interesse, è posta a valle della città di Somma.

Essa fu edificata su una chiesa totalmente interrata chiamata “Ecclesia Santa Mariae de Puzzo de Summa”, come si legge nello strumento di fondazione di Santa Maria del Pozzo, pubblicato da (P.C. Caterino in Storia della Minoritica Provincia Napoletana, Napoli 1926 – vol. III).

La chiesa, interrata, fu costruita nel 1333 da Roberto d’Angiò, sul luogo dove s’incontrò con Luigi d’Ungheria e il figlio Andrea che doveva sposare sua nipote Giovanna erede del trono di Napoli. Roberto d’Angiò più che costruire riadattò e rimodernò una vecchia chiesa che a sua volta incorporava, forse, le rovine di un tempio pagano dedicato a Giove Summano e successivamente con l’inizio del Cristianesimo fu dedicato al culto della nuova religione.

Della vecchia chiesa doveva far parte anche un ambiente di pianta rettangolare, chiamato pozzo per un’apertura circolare praticata nella volta a botte.

Alcuni studiosi ipotizzano l’esistenza, per la sua particolare forma somigliante ad un tratto di galleria, di un passaggio segreto, proveniente dal palazzo della Starza della Regina, posto in località Resina. Nome che compare per la prima volta in un documento dei Registri Angioini del 1268, e dal quale s’individuava una proprietà di Margherita moglie di Riccardo di Rubersa. Diversamente, di un ramo dell’Acquedotto Augusteo, che passa nella zona; ma è più verosimile che sia una cella vinaria di una “villa rustica “ Romana completamente interrata, documentata

dal ritrovamento di resti nell’estradosso dell’abside della chiesa. In effetti, la cappella a livello più basso, è a circa dieci metri di profondità (vedi caso gli stessi della villa Romana sepolta, non molto lontana in località Starza della Regina, ed attribuita da Raffaele Causa ad Augusto) e da ritenersi di struttura Romana.

In quest’ambiente, nella parete frontale e al di sopra di un altarino, d’impostazione barocco, si trova incorniciata in uno stupendo stucco seicentesco, l’effigie della Madonna del Pozzo. Il dipinto raffigura una Madonna che allatta e ancora oggi si conserva intatto, insieme alle figure, anche se  sbiadite, sulle pareti laterale.

Risalendo dalla sala dell’affresco della Madonna del Pozzo, dopo aver superata un’erta e ampia scala con gradini di piperno consumato, si accede nell’adiacente chiesa a sala. Questa, adattata da Roberto d’Angiò in stile gotico, fu dedicata a “ Nostra Donna”, come allora era chiamata la Madre di Dio.

La sua facciata, volta a nord, era probabilmente di forma romanico, con pronao a due arcate sormontate  da due finestre, oggi corrispondente all’attuale cappella cimiteriale che conserva più o meno intatta la sua struttura.  Esso è costituito da due camerette a pianta quadrata, ciascuna con volta a crociera sorretta da quattro colonne.

Sulla parete che divide la navata, si notano le impronte di due architravi, i quali stanno a dimostrare che in origine non vi era l’arco centrale, ma due porte laterali.

La navata rifatta nel 500 fu alterata nella sua struttura, ma non furono apportate modifiche né alla parete con l’arco trionfale né all’ambiente dietro il primo arco cieco a destra. Ambiente che si presenta angusto e pieno di materiale di risulta, probabile cappella con proprio arco a sesto ribassato, a pianta quadrata e volta a botte. Sulla parete frontale si nota una finestra a feritoia mentre a destra s’intravede un arco cieco sotto il qual è posto un affresco del XIV secolo molto danneggiato. Nella scena, dipinta su fondo nero, si distingue la figura di un ladrone con le braccia piegate dietro l’asse orizzontale della croce e in alto, più nitido, si distingue San Giovanni con le Pie Donne.  L’abside è coperta da quattro strati di pitture che si collocano in un vasto arco di tempo. Il primo strato, in parte scoperto, è abbondantemente scalpellato per far aderire il secondo strato d’intonaco, rivela le immagini dei dodici Apostoli con al centro il Cristo Pantocrate.

Nel secondo strato si legge l’immagine della Dolce Vergine Coronata con il Figlioletto in braccio è attorniata da Santi.

Nel terzo strato, soltanto dipinto, si vede l’immagine dell’Immacolata, avvolta in un ampio mantello e attorniata da Angeli, due dei quali ai lati reggono il giglio e lo specchio, mentre sullo sfondo è collocato un regale drappeggio di un baldacchino.

In epoca successiva, il tutto era stato coperto con uno strato di calce.

Lungo le pareti della navata, si nota una fascia contenente riquadri che raffigura scene del nuovo testamento, d’ignoto autore del cinquecento. Mentre nell’attuale cappella cimiteriale, affrescata totalmente fino al culmine della volta a cuspide, si possono ammirare due bellissime immagini quattrocentesche di Madonne che allattano, riproponendo l’iconografia della Madonna Del Pozzo posta nella cappella Inferiore.

Il pavimento quattrocentesco, formato con mattonelle maiolicate quadrate in cui ricorreva la raffigurazione dello stemma Aragonese ed esagonale con disegni d’elementi geometrici, si può attribuire al famoso Joan Almursi, venuto a Napoli per eseguire dei lavori per Alfonso I, detto il Magnifico. Il prezioso pavimento avrà certamente subito i primi danni nell’epoca in cui è stata utilizzata come cripta dalla Confraternita dell’Immacolata. Infatti, nel 1926, anno in cui la Confraternita ancora utilizzava questa chiesa come Cripta, P.C. Caterino lanciò il primo grido d’allarme: “le preziose mattonelle … vanno misteriosamente scomparendo” (vedi storia della Minoritica Provincia Napoletana, Napoli 1926, vol. I, pag. 83). Dodici anni dopo, queste si erano ridotte appena a due metri di diametro, come rilevò il Filangieri in una lettera alla Soprintendenza “dato l’abbandono del luogo, queste preziose reliquie … finiranno un giorno per scomparire. (Candito Greco – Fasti di Somma, Napoli 1974”). Così nel 1964, con la costruzione di un rozzo pilastro di cemento posto, al centro della navata, a sostegno del sovraccarico venutosi a creare con il nuovo Altare Maggiore della chiesa superiore, esse scomparirono del tutto.

Solo alcune mattonelle, prelevate da Raffaele Causa per allestire una mostra nel palazzo reale “Documenti d’arte nell’età Aragonese a Napoli, 4 aprile 1973”,  murate, assieme ad una pietra tombale,  nell’Abside della chiesa superiore a destra dell’altare Maggiore si sono salvate.

Nel 1500, dopo che la chiesa sommersa dall’eruzione del Vesuvio del 1488 e totalmente dimenticata, casualmente se ne scopri l’esistenza. La Reggina Giovanna III d’Aragona, ritiratasi, dopo la morte del marito, nel palazzo della Starza Regina posta poco distante, fece costruire a sue spese l’importante Convento e la magnifica chiesa adornandola con opere architettoniche, scultoree e pittoriche.

La costruzione si erige sulla chiesa interrata, ponendo questa sotto l’abside, e nel tempo ereditandone anche il nome.

I caratteri architettonici della nuova chiesa, rispettano nelle linee essenziali del tardo gotico meridionale, Arte prediletta sia dai regnanti Angioini sia dai successori Aragonesi.

L’ingresso si presenta con un portico a tre archi a tutto sesto di tipo rinascimentale, sorretto da due colonne laterali affiancate alla muratura di tufo grigio, con capitelli compositi Toscano-Rinascimentali scolpiti in un solo blocco di pietra e da due colonne centrale di bianco marmo con capitelli corinzi:

Il pronao è coperto da tre piccole volte a crociere che scaricano il loro peso sia sulle colonne sia sul muro della facciata, nella quale è inserito il cinquecentesco portale d’accesso. Questo è quello che resta dell’originale facciata fatta costruire da Giovanna III, mentre la restante parte fatta ristrutturare, in epoca molto recente, si presenta rivestita di lastre lapidee di pietra vesuviana, a rievocare il grigio tufo di Nocera, utilizzato sulla facciata inferiore.

La parte superiore, arretrata durante la ristrutturazione, presenta una finestra-balcone con due colonnine laterali e occhio centrale, al di sopra è posto il rosone e ancora più sopra una bifora cieca, elementi originali recuperati nell’abbattimento della facciata barocca. Le statue di marmo bianco poste al di sopra del pronao e il bassorilievo con due Angeli che reggono lo stemma Aragonese, posto sull’arco centrale, sono di recente fattura.

Nessun mutamento ha subito il campanile che s’innalza diviso in cinque parti, dei quali i primi quattro sono a pianta quadrata e l’ultimo a pianta ottagonale su cui poggia una cuspide piramidale, molto diffusa verso la fine del quattrocento e rilevando l’affinità con i campanili delle chiese di S. Pietro a Maiella e Santa Maria la Nova di Napoli.

La navata, nonostante i rifacimenti subiti, conserva il primitivo aspetto ed è coperta da una robusta capriata di legno a vista, mentre nella zona sottostante  corre un’alta fascia in cui si aprono piccole e strette monofore coronate da una curva cornice impostata su esili pensili. Lungo le pareti sottostante, troviamo, su ogni lato, quattro piccole cappelle a pianta semiellittica coperte da una breve scodella, racchiuse in un arco a tutto tondo e fiancheggiate da due lesene con doppia cornice sormontate da capitelli Ionici.

Il presbiterio, posto all’altezza della quarta cappella, è diviso dalla chiesa solo da un basso scalino e da una balaustra ad intarsio marmoreo.

Settecentesco è l’Altare Maggiore, che eseguito dallo scrupoloso artefice Scipione Galluccio con marmi policromi, si erige nella spazio absidale.

La singolare composizione dell’abside e preceduta dalla cornice in pietra dell’arco trionfale e dai costoloni in tufo grigio, semplici e lineari che creano effetti plastici sulle piatte masse, che vanno a congiungersi sulla volta a semicalotta, abbinata all’ampia forma poligonale con nervature tipiche dell’architettura Gotico-Catalana che in senso verticale si chiudono ad ombrello fino a congiungersi, come chiave di volta, nello stemma della casa Aragonese, riprodotto in marmo bianco a perenne ricordo della costruttrice. Tale copertura si presenta molto simile a quella dell’abside di Donnaregina vecchia in Napoli. A sinistra della zona absidale si aprono i locali della sagrestia, mentre a destra è collocata la graziosa cappella del presepe, dove lo scultore Cristiano Moccia nel 1518 realizzò un presepe ligneo a grandezza naturale, di cui è rimasta solo la statua Di San Giuseppe in ginocchio, oggi custodita presso il museo di S. Martino di Napoli, mentre le altre andarono distrutte in un incendio alla fine dell’ottocento.

L’accesso al convento, attiguo ala chiesa, avviene tramite un ingresso coronato da un portale di tipo Catalano ad arco ribassato, che si ripete nella zona del chiostro adiacente all’ampio cenacolo.

Il convento esternamente presenta due ordini di finestre, al piano terra lavorate, in pietra, al modo del periodo cinquecentesco, e al secondo piano con semplice modanatura in stucco impostate sul davanzale di scura pietra Vesuviana.

Al piano di sopra si trovano le celle dei frati distribuite intorno ad un corridoio a forma di L, coperto con volta a botte e gli ingressi, delle celle, sono riquadrati da stipiti in piperno e chiusi da massicce porte lignee originale del seicento.

Il chiostro, seguendo i dettami dell’arte rinascimentale, come già avvenuto per il chiostro piccolo d S. Maria la Nova in Napoli, riutilizza la colonna circolare con l’arco a tutto sesto poggiante sul capitello Ionico. Elementi ripristinati sui due lati, ove corre un ampio terrazzo, mentre gli altri due lati sono inglobati in pesante murature settecentesche. Le lesene che decorano gli spessi pilastri e che dal piano terra si prolungano con regolare ritmo fino al tetto, racchiudono il primo piano in ampi riquadri, dove si aprono le finestre rettangolare e il balcone centrale; mentre le arcate a tutto sesto poggiano su pilastri con lesene e capitelli Ionici, ripetendo in tal modo la decorazione della navata della chiesa.

Al piano terra, dietro il deambulatorio, coperto da volte a crociera, si trovano gli ambienti di servizio del Convento. All’interno del cenacolo, sulla parete frontale si può ammirare l’affresco rappresentante le nozze di Canna eseguito da Ilarione Carisio nel 1721 ed un altro più piccolo, forse dello stesso autore, posto sulla porta d’ingresso che rappresenta S. Francesco assistito dagli Angeli.

Il convento abitato, nel tempo, in modo costante dai frati Francescani fu sede di studi Religiosi, Filosofici e fornito anche di una soddisfacente biblioteca, i cui volumi, ancora in parte, si conservano presso la biblioteca Comunale di Somma.

 

 

Architettura segnalata dall'architetto Valentina Ciriello.

Il complesso risulta oggi in corso di recupero e restauro. Gran parte della sua immagine è totalmente cambiata.

 

Bibliografia:

              R. D’Avino e Bruno Masulli, Saluti da Somma Vesuviana, Marigliano 1991.

              Candido Greco – Fasti di Somma – Edizione del Delfino - stampato 1974.

           Summana –  1995 Somma Vesuviana

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